Alti e bassi

Alcune parti dei fili di seta prima della tintura vengono isolati per fare in modo che non si colorino
Partiamo di mattina presto – solita colazione bomba con due uova fritte – perché vogliamo raggiungere Fergana entro sera. Mai avremmo pensato di arrivarci veramente di sera. E tardi.  

 

Il nervosismo e la stanchezza ormai sono a fior di pelle, litighiamo e alziamo la voce con due tassisti, con il cameriere, con il consierge dell’albergo assolutamente fuori budget – nel quale però stremati a mezzanotte decidiamo di prendere una camera – e crolliamo in un sonno profondo.

 

Il giorno dopo come per magia la solfa cambia. Abbiamo finito i soldi, e dobbiamo riuscire nell’impresa titanica del prelevamento di dollari. Un signore ci dà un passaggio (a gratis!) senza chiederglielo, la banca sputa i verdoni senza battere ciglio, il bus si ferma davanti ai nostri piedi e ci lascia davanti all’albergo, il tassista che ingaggiamo per andare alla fabbrica di seta è simpatico e la famiglia francese che incrociamo in mezzo alle donnine che lavorano a mano ci chiede se vogliamo andare al confine con il loro furgone Mercedes camperato. Boccata d’ossigeno.

  

Bozzoli di seta di seconda qualità. Verranno impiegati per fare i tappeti
          

Attraversiamo la valle di Fergana, famosa per la seta e le splendide maioliche. Distese di campi verdi di cotone e gialli di grano appena mietuto dove donne e uomini lavorano – di trattori non se ne vedono molti – mentre i bambini giocano e si bagnano nei canali di irrigazione. Intorno mucche, capre, cavalli e cammelli pascolano pacificamente.  
    

Dopo l’ennesimo posto di blocco e controllo di passaporti troviamo una bettola a qualche centinaio di metri dal confine Kirghiso e mangiamo un’anatra a dir poco squisita. Dormiamo sulle panche del ristorante, ma l’indomani mattina un altro intoppo. È misteriosamente sparito un nostro portafoglio (con solo patente e bancomat) e altrettanto misteriosamente è riapparso nelle mani di un signore che chiede la “gentilezza” di una ricompensa. 

Alcuni vicini di casa capiscono che c’è tensione e ci portano delle mele, delle sedie in plastica e un tavolino quando vedono che stiamo improvvisando una colazione sotto un albero, ma nonostante questo la voglia di farsi mettere un timbro ed entrare in un altro stato è forte, come il colpo che i favolosi piatti enormi di ceramica uzbeki – presi per i 60 anni di mamma Tony e zia Nene e prossimi ad una spedizione DHL – hanno preso. 

  

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