Capitolo 2 – Gli uomini renna e il buco nel ghiaccio 

Due moto. Nulla come due ruote sotto il sedere e le sferzate di aria in pieno viso danno il senso di avventura e libertà. Alla guida di una delle due Bayarhu, competente, veloce, sicuro. Sull’altra un personaggio sorridente ma traballante, sempre a gambe larghe (meglio che all’aria) che affronta con poca spavalderia le gobbe e le buche della pista. Un’ora e mezza, bardati come mai, ed iniziamo ad addentrarci nella taiga. La pista diventa un sentiero di fango congelato coperto da un leggero strato di neve, i guadi dei torrenti sono lastre di ghiaccio e la vegetazione inizia a farsi più fitta.

  

Arriviamo in una radura, ma sembra un campo abbandonato, quasi desolato. Qualche bambino, dei cani lupo, un anziano: rivolgono a mala pena la parola a Bayrahu che chiede dove sia il campo. I nostri timori sulla tensione tra di loro iniziano a rivelarsi fondati e temiamo di non essere accettati e di dover tornare indietro. Fortunatamente il nostro centauro barcollante sembra aver mantenuto migliori i contatti con gli Tsaatan (letteralmente gli “uomini-renna”) e dopo una telefonata ci guida sicuro attraverso un sentiero in mezzo a larici dorati: bambini dai sorrisi viola di mirtillo spuntano da dietro i cespugli e alcune renne fanno capolino. Una radura ancor più ampia si apre davanti a noi e si iniziano ad intravedere quattro o cinque tende tipiche di questa tribù nomade, più simili ai “teepee” degli indiani d’America che alle classiche “gher” mongole.

Pensavamo che l’accampamento fosse più grande, ma in breve scopriamo di essere arrivati nel posto giusto, dagli Tsaatan di Gombo – il capo tribù e amico di David-, e ci infiliamo nella tenda di Ocerbat per le presentazioni.

Una coperta di feltro ci separa dal terreno; ci accomodiamo intorno alla stufa e sorseggiamo del tè salato (qui si usa così), che dopotutto non è così male. Come si può ben immaginare, l’arredamento di “casa” Ocerbat è senza fronzoli: una pelle di mucca rettangolare, una piccola panca rudimentale con le scorte di cibo (farina, zucchero, sale e lievito), delle vecchie pentolacce una sopra all’altra e alcuni sacchetti appesi alla struttura in legno – onde evitare la curiosità impertinente dei cani – contenenti pane e borzog, delle sorte di piccoli panini dolci fritti.

Nonostante la comunicazione resti l’ostacolo più grande, Ocerbat ci mostra dove prendere l’acqua – c’è un torrente ghiacciato ad un centinaio di metri con un buco da cui attingere – e spontaneamente lo aiutiamo a spaccare la legna. Con un piccolo quadernino e una biro iniziamo a dare forma al nostro personale vocabolario illustrato della taiga.

 

Ocerbat

 

Quando la giornata sta per terminare, uno strano fermento dilaga per tutto il campo. Stiamo per assistere per la prima volta allo spettacolo che ci accompagnerà continuando a meravigliarci nelle sere a seguire: l’arrivo delle renne dal pascolo. Sono più di un centinaio, sbucano inaspettatamente e silenziose dal bosco e nella luce del crepuscolo uomini, ragazze, bambini e anziane si sparpagliano con in mano rumorosi sacchettini di sale che fungono da dolce inganno per attrarre a sé gli animali. Quello che prima sembrava un immobile accampamento fermo nel tempo e nel gelo, è ora vita, tradizione, equilibrio e pace.

Gombo e la moglie (“finestra”)

Toula, la donna più anziana della taiga

 

 

C’è voluta una mattina intera per imparare a fare il nodo che gli Tsaatan fanno – in un batter d’occhio – per legare le renne, ma alla fine ce l’abbiamo fatta, con non poche risate dei ragazzini ad ogni nostro fallimento.

Il taglio delle corna dei maschi, o meglio di parti di esse, avviene solitamente al rientro delle renne dal pascolo in questo periodo dell’anno, quello degli amori. Questa pratica può sembrare barbara e dolorosa ma risulta necessaria per evitare eventuali ferite ben più gravi nelle quali potrebbero incorrere gli animali in combattimento. Quando ad autunno inoltrato le corna hanno ormai raggiunto la loro maturità e il velluto che le ricopre inizia naturalmente a staccarci (sono le stesse renne a strofinarsi contro gli alberi per toglierselo), il taglio non provoca che una minima sofferenza.

Ocerbat controlla le ferite che una renna si è procurata grattandosi contro un albero

Gli Tsaatan hanno inoltre l’accortezza di stringere uno spago alla base della parte di corno che verrà segato per evitare l’afflusso del sangue nel velluto. I cani infine assistono impazienti a questa operazione perché sanno che il velluto staccato dalle corna fresche di taglio spetta a loro: niente viene sprecato!

Il nostro patrimonio alimentare per questi giorni, invece, consiste in patate, una verza, cipolle e barbabietole, riso, pane, marmellata e del cioccolato. Iniziamo a preparare la cena e poco dopo arriva Ocerbat, traffica con una batteria collegata al piccolo pannello solare e accende una lampadina. Gli offriamo un po’ di minestra e lui carica la stufa con un quantitativo tale di legna che rimaniamo in maniche corte per tutta la durata della cena e ci addormentiamo belli caldi (da questo momento, sarà soprannominata “botta di calore Ocerbat” ogni momento di caldo estremo). Il risveglio invece è letteralmente da brividi. L’aria è talmente fredda da non riuscire neanche a respirare se non dentro il sacco a pelo ed a farci intuire la temperatura ci pensa il cilindro di ghiaccio dentro al secchio.

Nel pomeriggio veniamo invitati nella tenda di Gombo e, mentre sua moglie (da noi soprannominata affettuosamente “Finestra” per l’assenza dei due incisivi) è intenta a friggere i famosi borzog, noi stordiamo di domande Nará, la figlia dei due che parla un pochino di inglese. Lei ha vissuto cinque anni nella capitale, ha studiato veterinaria ma ora è tornata a condurre la sua vita qui: “I want to live in the taiga” ci dice sorridendo.

La taiga

 

    

È raro che le nuove generazioni decidano di seguire le orme dei genitori e portino avanti lo stile di vita nomade, così puro ma indiscutibilmente duro ed arcaico. Come se non bastassero tutti i problemi che gli Tsaatan hanno dovuto affrontare negli ultimi cinquant’anni (vedi nota a fine pagina), a minare ancora una volta l’equilibrio della tribù – questa volta dall’interno – ci hanno pensato l’afflusso di turisti e il conseguente denaro. La maggior disponibilità economica (ed alcolica) di alcuni, ha fatto passare in secondo piano il rispetto dell’autorità del capo clan, fondamentale in questo tipo di società, e sempre più giovani preferiscono seguire il modello occidentale e la vita sedentaria.

Narà ci conferma inoltre quello che già sapevamo: a causa del divieto di caccia nella taiga non rispettato, alcuni Tsaatan, tra cui suo fratello, dovranno presentarsi a giorni nel tribunale di Moron, motivo per cui lei ed altre donne della tribù li sostituiranno nei prossimi giorni nella transumanza delle renne verso i pascoli a tre giorni di cammino più a nord. Ci avverte inoltre che l’indomani tutto il campo leverà le tende – nel vero senso della parola – per spostarsi invece nel campo invernale a circa due chilometri. Se intendiamo rimanere con loro, dovremo dare una mano.

Con la pancia piena di borzog ed eccitati dal nuovo incarico (all’inizio pensavamo che ci dicessero di dover andare via) rientriamo in tenda per la quasi consueta minestra. Oltre ad Ocerbat e suo figlio (si, l’abbiamo scoperto anche noi in questo momento), ci sono due filettini di carne che sfrigolano sul coperchio della stufa: pensiamo che sia renna, invece è il risultato di una fortuita caccia all’ermellino. La pelliccia dell’animale perfettamente scuoiato – senza che muso, corpo o zampe si siano rovinati – penzola già all’interno della tenda. Stando a quello che abbiamo potuto capire, l’animale si era incautamente rifugiato su un albero e lui, per non farsi sfuggire l’occasione di mettere sul piatto un po’ di proteine, ha risvegliato in un attimo il suo istinto e ha colpito l’animale lanciando un ciocco di legno. Difficile immaginare il pacato e quasi svogliato Ocerbat in una veste così scattante!

Ocerbat ha appena sfornato due pagnotte cotte nella cenere in una buca

L’indomani iniziamo a smontare la tenda ed impacchettare il tutto in sacche comode da legare sul dorso delle renne. Anche i pali di legno vengono legati insieme e trascinati dagli animali.
    

Arriviamo con un sentiero al nuovo campo in meno di un’ora e togliamo da terra rami ed erbacce di troppo. Rimontiamo la tenda sotto la direzione di Ocerbat ma questa volta non è molto a prova di spifferi. Glielo facciamo notare ma lui fa spallucce, così raccogliamo del muschio misto a terra ed erba e tappiamo tutti i buchi tra tenda e terreno. Lui ci guarda stupiti, sorride e ci fa il pollice alzato.

La sera stessa del “trasloco”, quasi a darci il benvenuto nel campo invernale, le temperature precipiteranno di parecchi gradi.  Non possiamo immaginare come farà il gruppo che partirà domani verso nord a sopportare il freddo senza la minima attrezzatura appropriata e dormire all’addiaccio con solo il calore delle renne e del fuoco (e qualche coperta di lana).
La partenza delle renne infonderà in noi un senso di vuoto come se si fosse portata via la vita del campo. Vedere Ocerbat, suo figlio, Nará e altri del campo allontanarsi e scomparire nel folto della taiga mentre gli anziani restano, saranno una delle scene più toccanti e tristi a cui assisteremo.

In primo piano, di spalle, Gombo e sua figlia Nará

 

Tzi-tzi, ovvero “Monodent”

 

Siamo rimasti soli nella “nostra” tenda, ma come avremo modo di notare c’è un continuo andirivieni tra le tende del campo e non ci si sente mai soli. Tra tutti ci viene a trovare anche Gombo, e ci fa capire che domani, giorno supposto per la nostra partenza, sono previsti neve, vento e gelo. Visto come aveva azzeccato le previsioni nei giorni precedenti, iniziamo a pensare di fermarci un giorno in più, anche se le scorte di cibo iniziano a scarseggiare, per non dire che sono esaurite. È rimasto uno snikers che vogliamo tenere per il viaggio di ritorno e due fette di pane.

Approfittiamo di una delle tante visite di Monodent (altro nomignolo dato a Tzi-tzi, la sorella di Finestra e di Ocerbat) per chiederle di prepararci del pane (ovviamente da comprare) in modo da poter tirare una giornata. Affamati e senza nulla nello stomaco raccogliamo legna e la spacchiamo in modo da non far morire mai il fuoco e dopo aver ben caricato la stufa ci mettiamo in cammino per andare a prendere l’acqua al solito torrente, distante ora un paio di chilometri. Fin quando non ci saranno precipitazioni più abbondanti e non sarà quindi possibile raccogliere la neve per scioglierla, bisognerà andare nel torrente vicino al precedente campo.

Entriamo nelle varie tende, o meglio, ci facciamo sentire da fuori – non abbiamo ancora superato il naturale blocco a entrare nell’intimità delle tende altrui senza “bussare”, cosa che invece è prassi tra i nomadi – e ci facciamo consegnare qualche secchio vuoto. Renderci in qualche modo utili ci fa sentire parte della comunità. Mentre spacchiamo il ghiaccio con l’ascia e aspettiamo che il livello del torrente risalga per potere continuare a riempire secchielli e teiere, la fame inizia a torturarci i pensieri: polenta oncia e formaggio fuso non ci danno tregua. Ma nella taiga le sorprese non mancano, e se il giorno precedente in cambio del nostro servizio di “acqua a domicilio” ci era stato offerto suutei tsai (tè con latte e sale) con latte di renna e ottimi borzog nella tenda di Toula, la donna più anziana della taiga (62 anni), oggi restiamo senza parole nel vederci offerto del formaggio di renna, squisitamente simile al parmigiano ma dolce, ovviamente accompagnato da suutei tsai e borzog. Quando poi Monodent ci consegna un’intera pagnotta ancora calda, ne divoriamo subito qualche fetta e il resto la portiamo con noi nel sacco a pelo per evitare che si congeli. È l’ultima nostra notte tra gli Tsaatan, ma tutto quello che abbiamo vissuto questa settimana rimarrà indelebile.
Partiamo col sole ma poco dopo il cielo si vela e, nonostante abbiamo addosso tutti i vestiti e le giacche a nostra disposizione – per farvi un idea: calzamaglia, pantalone tecnico aderente antivento, jeans e pantaloni in goretex, maglietta tecnica, maglietta in lana merino, due pile, piumino e le famose giacche di 4 kg di pelo di cui Bayarhu ci ha dotato – e il peso dello zaino ci faccia faticare, il freddo non ci molla un attimo. Solo dopo ventisei chilometri e sei ore di camminata no-stop arriviamo alla nostra agognata meta.

  

Stalattiti…

 

L’acuirsi del gelo non è stata solo una nostra impressione. L’intera superficie del lago è ora ghiacciata: moto e macchine lo attraversano da una parte all’altra. Senza neanche pensarci torniamo dalle “Zie”, che forse per premiare la fedeltà oppure per paura di essere divorate ci servono delle porzioni più abbondanti del solito e del pane fritto, e poi ci fanno uno sconto.

  

Bayarhu ci accoglie stupito, non riesce a credere che siamo tornati a piedi dalla taiga correndo il rischio di farci attaccare dai lupi (noi a dire il vero non sapevamo di questo pericolo) e subito ci accende la stufa. Le nostre quattro mura ci ora sembrano più familiari che mai. Per i giorni a seguire, ogni mattina sua moglie ci porterà un piatto con due pesci e del riso, forse anche lei ha letto la fame nei nostri occhi! A proposito di pesci! Andiamo alla ricerca di Gambat, il fumatore di pipa che ci aveva invitato a pescare. Bussiamo alla sua porta ma la moglie ci fa segno di andare a cercarlo sul lago. Muovere i primi passi sulla superficie ghiacciata da soli non è rassicurante e mano a mano che ci si allontana dalla costa la sensazione peggiora. Pur vedendo in lontananza diversi gruppi di pescatori e addirittura un furgoncino che passa indisturbato, i rumori indescrivibili che gli enormi blocchi di ghiaccio fanno stritolandosi tra loro ci fanno sentire sul filo del rasoio.

  

Una coppia di pescatori

 

I pesci di Tsagaan Nuurr, dalla carne bianchissima

 

Ma anche questa volta è bastato poco per prendere confidenza, e abbiamo finito la giornata facendo scivolate e fotografando bolle congelate perché Gambat, alla fine, non l’abbiamo trovato..

 


  

 * Durante i primi anni sessanta, prendendo esempio dall’Unione Sovietica e sotto lo stesso controllo di Mosca, venne applicato un programma di sedentarizzazione forzato per i nomadi della taiga, che diede vita al villaggio di Tsagaan Nuur. 

Nel 1979, per accrescere ancor di più la produttività di questa regione, venne introdotta una caccia indiscriminata a cervi e renne selvatiche, togliendo così la principale fonte di cibo per gli Tsaatan, ma non solo. Infatti le renne selvatiche servivano anche come fonte di arricchimento del patrimonio genetico di quelle domestiche e venendo a mancare, le renne iniziarono piano piano ad indebolirsi. 

Solo nel 1985 gli Tsaatan poterono tornare a condurre una vita nomade – grazie ad un programma che li riconosceva come allevatori per lo stato – ma nel frattempo la Repubblica di Tula (al di là del confine mongolo, in Russia) vietò l’attraversamento dei confini impedendo quindi agli Tsaatan di seguire il loro storico itinerario ciclico stagionale. Questo comportò una permanenza più lunga negli stessi pascoli e campi, e la particolarità del terreno durante il periodo estivo e l’abbondanza di feci e urine in aree circoscritte aumentarono quindi il rischio di parassitosi.

Soltanto sette anni più tardi i nomadi poterono riacquistare ad un prezzo politico le renne e tornare definitivamente alle proprie origini. Per procedere alla vendita e alle varie formalità di registrazione, tutte le renne furono portate a Tsagaan Nuur e furono costrette a condividere gli stessi spazi di mucche capre e cavalli. Batteri e parassiti di questi ultimi iniziarono quindi a infestare le renne. 

Tutto questo ebbe come conseguenza il dilagarsi di un’epidemia di brucellosi che colpì dapprima il bestiame (riducendolo nel luglio del 1996 da 1’400 capi a 400) e successivamente gli stessi Tsaatan che, a causa di un generale impoverimento (mancanza di compratori di pelli e di corna) avevano iniziato a mangiare la carne delle bestie morte. Fu necessario l’intervento della croce rossa e di organizzazioni internazionali per debellare l’epidemia e ristabilire l’ordine. 




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Capitolo 1 – Il sigaro toscano e le dritte dell’antropologo

  
 
Siamo a Ulan Bator a casa dello spezino David Bellatalla: viaggiatore, antropologo, scrittore, esperto di rock progressivo e coltivatore di basilico (tra le mura domestiche). Abbiamo appena mangiato una pasta – indovinate un po’?! – al pesto fatto in casa quando David ci fa segno di seguirlo nel suo studio.

Con noi c’è anche Luciano, architetto veneto che vive nella capitale mongola ormai da anni, amante delle moto da rally, del suo Land Cruiser 80, dell’Africa attraversata da nord a sud overland e dei suoi deserti. 

Ed è proprio grazie alla scatola di Antichi Toscani dalla quale David goduriosamente sta attingendo che siamo qui, quella scatola che arriva proprio da Vittorio Veneto, dalla tabaccheria di Paolo (per chi non sapesse, il fratello di Marco) dove ad agosto Luciano scopre che nel nostro viaggio passeremo per la Mongolia: “Che mi chiamino quando arrivano!” dice a Paolo lasciandogli i contatti.  

Ed eccoci qui, totalmente all’oscuro di cosa la Mongolia abbia da offrirci, senza alcuna guida e convinti di partire per fare del volontariato con la Croce Rossa nel deserto dei Gobi. Invece scopriamo amaramente che ci eravamo creati troppe aspettative concrete e, mentre David ci guida in un viaggio musicale dai primi anni sessanta ai giorni nostri all’altezza di Ezio Guaitamacchi, veniamo frullati in un vortice di proposte ipotetiche. Quando usciamo dallo studio siamo completamente confusi sul da farsi. 

Il giorno dopo ribussiamo alla sua porta, lo studio è come l’abbiamo lasciato la sera prima, ma ora i nostri occhi si soffermano su cimeli e pezzi d’antiquariato inzuppati di storie e, nei racconti intrinsechi di ognuno di essi, viaggiamo nel tempo sfogliando libri e srotolando mappe di ogni parte del pianeta, come alla ricerca di un indizio, fino a che troviamo una soluzione: a fine pomeriggio David ci mette sotto braccio uno dei suoi libri (“In viaggio con le nuvole” Munkhiin Useg Editore) e con le vene colme di una dose di energia difficilmente spiegabile a parole, partiamo verso nord. 

Non solo i suoi racconti ci hanno fatto sognare ad occhi aperti, ma da antropologo ha analizzato la nostra scelta di vita rassicurandoci che se questo è stato irrinunciabile, allora abbiamo fatto la cosa giusta. 

Con delle indicazioni a mo’ di caccia al tesoro partiamo per Moron alle 8 di mattina con un pullman che a causa di una tormenta di neve ci mette diciassette ore (anziché dodici).  

    

Moron
  
Il tempio buddista di Moron
  
   

Un venditore ambulante di pelli di pecora
  

Da lì, dopo essere riusciti ad ottenere roccambolescamente il permesso della guardia di confine per recarci nella taiga (che si trova a pochi chilometri dalla Russia) ci attiviamo per trovare due posti su un fantomatico furgoncino Uaz che in altre dodici ore, questa volta non su asfalto ma su piste saltellanti in mezzo alla steppa illuminata dalla luna, ci scarica a Tsagannuurr nel gelo assoluto delle 6 di mattina. 

 

Una sosta nella notte
 
Il viaggio è stato duro, così fuori da ogni idea di confort da essere surreale, abbracciati a sconosciuti e con i polpacci incastrati tra merce e altri polpacci, in nove su sei sedili sistemati a “salottino”, con finestrini ghiacciati e musica a tutto volume. Aggiungeteci l’ubriacone a tratti molesto che tra una tracannata e l’altra, pur di prendere una boccata di ossigeno, ogni dieci minuti mette la testa fuori dal finestrino facendo entrare aria siberiana e l’incubo è completo.

 

Dimenticavamo, c’era anche lui sul pullmino a occupare due posti….

Fortunatamente tra tutti i passeggeri c’e una signora che parla inglese, Ulzi (che aveva lavorato come interprete proprio con David anni prima), cosicché quando davanti all’abitazione di Bayarhu (il nostro contatto) nessuno viene ad aprire, samaritanamente ci offre un pezzo di pavimento di casa sua, salvandoci da una possibile morte per assideramento. 

Completamente vestiti – con anche il piumino – e dentro il sacco a pelo, riusciamo stremati a prendere sonno. 

Quando dopo poche ore sentiamo il marito che spacca della legna e fa “partire il riscaldamento” un tepore sonnolento ci fa ripiombare nel sonno fino a tarda mattinata. Al risveglio Ulzi ci offre un tè e ci invita a passare a trovarla quando più ne avremo voglia: “You are always welcome!”. Per ultimo ci dá indicazioni per raggiungere la casa di Bayarhu. 

Appena entriamo dal cancello e ci imbattiamo nel nostro uomo, ci rendiamo conto che non spiccica una parola di inglese. Siamo un po’ imbarazzati, pare non sapere chi siamo, ma ci invita comunque in casa e la moglie ci offre un tè. Sarà solo la telefonata di David qualche minuto dopo a sbloccare la situazione.  

La moglie di Bayarhu mentre prepara i borzog!

Ci assegna una casetta nella sua proprietà, la dota di un letto, di un tavolo e due sedie, una tinozza che funge da lavandino ed accende la stufa: vorremmo essere d’aiuto in qualche modo almeno per sdebitarci di tanta gentilezza, ma lui ci tratta come ospiti d’onore. 

Bayarhu

Constatiamo che qui le case sono molto essenziali. Un locale funge da salotto e camera da letto, e nei pressi della stufa a legna c’è tutto l’occorrente per la cucina, che non ha né fornelli né frigorifero né lavandino. Infatti l’acqua viene presa dal lago con delle taniche mentre il wc – in giardino – consiste in una cabina di legno con un buco al centro, una sorta di turca sospesa su una fossa che definiremo eufemisticamente “suggestiva”.

 

La nostra casetta e il famigerato bagno
   
Due cuori e una capanna
 

Pare che ci siano delle docce pubbliche aperte nel fine settimana, ma il nostro soggiorno a Tzagaan Nuurr non è coinciso purtroppo con questi giorni. 
 

Ecco come ci si arrangia per lavarsi
 

Tutte le case del villaggio si trovano all’interno di proprietà rettangolari, ben rinchiuse in recinti fatti di assi di legno alte due metri. 

 

La luce al risveglio
 
Capiremo in una delle notti successive la necessita di tale difesa: stiamo cenando quando ad un certo punto bussano alla porta. Ovviamente pensiamo che si tratti di Bayarhu e apriamo senza pensarci due volte. Tre ragazzoni (per farvi capire la mole, i mongoli vantano campioni di sumo) completamente ubriachi sono davanti a noi, forse tutto si aspettavano meno di vedere due bianchi. Uno di loro entra, gli altri due come ebeti rimangono sull’uscio inermi mentre il loro compagno che a fatica si regge in piedi sta forse cercando di capire se siamo solo un’allucinazione. Alziamo un po’ la voce ed esce come impaurito. Quando chiudiamo il chiavistello scoppiamo a ridere come matti per questa parentesi colorata della nostra serata, ma risentire dopo poco l’insistente bussare con mani pesanti come il piombo non genera altrettanta ilarità. Fanno parecchio baccano – meno male – e Bayarhu deve aver capito cosa sta succedendo e arriva tuonando scacciandoli come cani randagi. E chiude il cancello. 

Parentesi. Il problema dell’alcolismo affligge questa popolazione come nessun’altra finora toccata nel nostro viaggio. D’altronde la Mongolia si sta rivelando completamente diversa dal resto del centro Asia. Lì la religione musulmana in primis e l’unione sovietica poi, hanno creato un’identità distintiva e forte. 

Un popolo abituato a vivere libero, a cavallo, sul dorso di un cammello o di una renna, che segue itinerari in base ai sogni e ai messaggi che la natura fornisce, dove la morte e la malattia sono anch’esse indicazioni da ascoltare, dove lo sciamano svolge un ruolo centrale di guida e guaritore, dove tutto è rito, non puo semplicemente adattarsi al nuovo che avanza senza subire uno shock.

  

Queste radicate e “preistoriche” tradizioni sciamaniche e le più recenti buddiste (il peculiare buddismo mongolo ha attinto a piene mani dallo stesso sciamanesimo), si scontrano molto più violentemente con i valori che contraddistinguono il modello di civiltà del “nostro mondo”. Ne consegue, a parer nostro, un generale senso di inadeguatezza. Un po’ come già successo in altre popolazioni indigene (vedi gli indiani d’America o gli aborigeni australiani), – ma questa volta a livello di intera nazione e non di una parte segregata di questa – l’alcol risponde a quella necessità di non volere sentire fallite e superate le proprie radici. 

Non è difficile vedere – in città come nei villaggi – uomini barcollanti per strada o nei mini market mentre si riforniscono di bottiglie che non dureranno più di qualche ora. E se Tzagaan Nuurr si salva dall’inquinamento di bottiglie di plastica perché l’acqua si prende al lago, quelle di vodka sono disseminate ovunque. Chiusa parentesi.

Un’abitante che si rifornisce di acqua

Il giorno seguente, prima di andare alla scoperta del villaggio, passiamo da Ulzi per darle un saluto e lei si offre di aiutarci per organizzare una visita agli Tsataan (gli “uomini-renna”), magari a cavallo. La prende larga ma alla fine ci espone la situazione: la caccia nella taiga è stata bandita (assurdo a pare nostro privare i nomadi di questa fonte di sostentamento) e Bayarhu, che ora lavora come guardaparco, ha dovuto applicare la legge mettendo nei guai alcuni Tsaatan, motivo per cui tra lui e i nomadi ora non scorre proprio buon sangue: una volta arrivati al campo, sarà meglio tralasciare a casa di chi siamo ospiti. 

Questa situazione di “fazioni diverse” proprio non ci voleva. Mai come in questo paesino sperduto ci siamo sentiti soli e lontani, non solo per l’effettiva distanza, ma è come se avessimo perso le redini del viaggio e non fossimo più sicuri delle nostre sensazioni e del nostro giudizio.

Usciamo un po’ avviliti e proseguiamo verso est allontanandoci dal villaggio. Raggiungiamo una sommità che ci permette di vedere al di là della collina, e il cattivo umore svanisce all’istante.

   

Il colorato villaggio di Tsagaan Nuurr visto da lontano
   

Lo specchio blu delle acque del lago non ancora ghiacciate contrasta in maniera netta e spettacolare il bianco, i larici su un lato della collina sembrano disegnati da un matematico, perfetti nella loro geometria, sotto di noi un lembo di spiaggia si insinua appuntito a rompere la dualistica cromia del lago. 

    

    

Di fianco a noi, e non potrebbe essere altrimenti, a sacralizzare il luogo, un “owoo” (un monticolo di pietre e assi di legno adornato da sciarpe votive e offerte rituali). Restiamo estasiati dallo spettacolo e sentiamo dentro di noi la libertà di quello spazio. 

Rientrando conosciamo Gambat, un arzillo che oltre ad offrirci una pipata di tabacco dalla sua particolare pipa ricavata da un ramo di betulla ci invita, una volta che rientreremo dalla taiga, ad unirci a lui in una giornata di pesca: una volta tornati a Tsagaan Nuur prenderemo il suo invito come una missione (il racconto nel prossimo capitolo). 

    

Rientrando verso casa scorgiamo la scritta “газар” sopra la porta di una casetta, è il corrispondente di “tavola calda”, una delle prime parole imparate per la sopravvivenza. È abbastanza difficile mangiare bene in Mongolia, ma “le zie” ci stupiranno con una zuppa saporita e diventeremo loro clienti per tutti i giorni nel villaggio. Il loro sutetzè (tè, latte, burro e sale) ce lo sogniamo ancora oggi.  

  

Sport equestri, al pari di lotta e tiro con l’arco, in televisione attirano quanto una partita di calcio in Italia
 

Stiamo sistemando gli zaini e aspettando che Ulzi ci chiami per confermarci i prezzi dei cavalli quando Bayarhu bussa alla porta e ci porge il telefono. Dall’altro capo c’e David, che ci comunica che l’indomani saremo accompagnati proprio da Bayarhu nella taiga, dagli uomini-renna. 

In moto con Bayarhu per andare a registrare i permessi per andare nella taiga

Mongol rail

Entrare in Mongolia è stato sotto certi aspetti come tornare in Asia Centrale, facendo di tutto il meglio e il peggio della Cina una parentesi a sé stante. 

Attraversiamo il confine a bordo di un furgoncino adibito a navetta – che paghiamo più del doppio rispetto a tutti gli altri ma meno della metà rispetto alle informazioni trovate su vari blog di viaggiatori – e appena arrivati al di là veniamo catapultati in una cittadina sabbiosa dove tutto è diroccato e polveroso e i prezzi nei negozi di alimentari sono precipitati come la varietà di merce sugli scaffali. Facciamo amicizia con un ragazzo che parla un po’ di inglese e che ci aiuta a comprare il biglietto per arrivare ad Ulan Bator, la stessa sua destinazione. Dopo ore di attesa nella piccola stazione di Zamiin Uud arriva con il crepuscolo il momento di salire a bordo per passare la nostra prima notte mongola itinerante. 

  

Compriamo uno dei barattoli di vetro riempiti di cibo casalingo che una signora corpulenta vende direttamente sul binario e ci sistemiamo in carrozza. Il treno è vecchio ma pulito con sedili bordeaux e un piccolo scaldaacqua a carbone. 

 

L’illuminazione funziona solo mentre il convoglio è in corsa e, mano a mano che ci si avvicina ad una stazione, la luce diventa via via più fioca fino a rimanere nel buio totale per i minuti di discesa e salita dei passeggeri. Nonostante l’andatura lenta ogni tanto ci sono degli strattoni come se tamponassimo un treno fantasma, le valigie sui ripiani sobbalzano, le pedine del nostro gioco si muovono ma poco alla volta ci si abitua e nel buio del deserto dei Gobi ci addormentiamo cullati da questo strano ritmo. 

  

Per quanto poco abbiamo viaggiato sui treni cinesi la differenza è lampante: chi parla al telefono lo fa senza urlare, nessuno sputa né butta per terra immondizia e i bagni, arrivata mattina, sono rimasti nelle stesse condizioni della partenza. Assistiamo al risveglio delle tante donne presenti sul treno – alcune sorprendentemente belle – che silenziosamente si pettinano e si imbellettano: il loro portamento è fiero e lo sguardo impassibile. In generale nessuno ci sorride (tranne il nostro amico felice di fare un po’ di conversazione in inglese) o ci osserva più di quel tanto, pare che tutti siano disinteressati, se non addirittura infastiditi dalla curiosità dello straniero. 

Una volta arrivati nel gelo e nel grigiore della stazione di UB il nostro nuovo amico dal nome impronunciabile Møнxсайхан (forse anche illeggibile) ci sorprende con un invito diretto e senza preamboli a stare a casa sua: sua moglie è a Pechino e lui è solo, ci può far dormire in salotto. Non è il momento di fare complimenti, non abbiamo una guida né un’idea di dove andare così ringraziamo e ci comprimiamo nella Matiz blu elettrico di suo fratello insieme a tutte le valigie e gli zaini. 

Lui abita all’ottavo piano di uno dei tanti palazzi-casermoni in stile sovietico, e il suo appartamentino essenziale e accogliente – e con una bella temperatura caraibica – rimarrà la nostra base per i quattro giorni nella capitale. La giornata scorre poi pigra tra una spaghettata, due chiacchiere e il film “Wolf Totem” che – pur essendo un film cinese ambientato in Inner Mongolia – racconta il delicato equilibrio della steppa tra uomini, cavalli e lupi. 

Non potevamo chiedere di più. 

 

Choyjin Lama Temple
  
Maschera utilizzata per la Cham Dance, un rituale tantrico buddhista
    
trippicks
Buddha gigante del Migid Janraysig Temple
   
Folla di fedeli in coda per vedere il monaco buddista ritrovato mummificato nella posizione del loto pochi mesi fa qui in Mongolia: molti ritengono che non sia morto ma che abbia raggiunto uno stato di meditazione profonda, il tukdam.
 

     

 

La statua di Gengis Khan