PILLOLE Iran

   
I bagni non sono più a pagamento, la carta igienica non c’è, ma il rubinetto+caraffa turco si è trasformato in un comodo tubo (tipo canna dell’acqua)

Ovunque c’è acqua potabile e fontanelle sparse per la città non vi faranno soffrire la sete. 

La centrifuga di carote è diffusissima (con volendo una pallina di gelato in fondo al bicchiere) 
Il pic-nic è una cosa seria. Non lo si fa solo di domenica (venerdì) ma sempre. E non si cerca un prato incontaminato, anche in un parcheggio, a bordo strada o in un aiuola va benissimo
Nelle case sono spariti tavoli e sedie perché si mangia per terra sui tappeti

In tante case si dorme sui tappeti

Punto forte dello stereotipo di bellezza femminile sono le sopracciglia: grosse folte e rettangolari. Se mamma non te le ha fatte così, le disegni

La zolletta di zucchero non si mette nel tè ma si mette in bocca, e poi si beve il tè

Oltre allo zucchero, sono diffusi bastoncini di legno con attaccati cristalli di zucchero allo zafferano  

 Se il tè è troppo caldo ne si rovescia un po’ nel piattino e lo si beve direttamente da lì

L’Iran ha ereditato dalla Russia il “samovar”, un geniale bollitore che tiene sempre  caldo il tè 

Il sapore di fiori nei dolci piace 

Isfahan è la città dei tirchi 

Al mare (quish island) ci sono spiagge riservate agli uomini e spiagge riservate alle donne. Le navi e gli aerei devono osservare rotte particolari quando passano vicino a questa isola (qualcuno potrebbe vedere qualcosa)

Una volta compiuti i 6 mesi i bambini maschi non possono più fare il bagno al mare con la propria madre nella zona riservata alle donne

Per il Nowruz (capodanno persiano) si prepara un tavolo con 7 oggetti che iniziano per “S”

Il mullah non riesce mai a prendere un taxi perché nessun tassista si ferma e quando guida è meglio che si tiri via il turbante per non farsi riconoscere 

  
Non sappiamo perché, ma se una parola inglese che inizia con la S è seguita da una consonante, allora la parola inizia con la E (e-sleep, e-street, e-stop, e-square, e-speak..) Davvero!!!! 

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Truck trick 

  

Tutti i sogni finiscono. A malavoglia ma costretti dallo scadere imminente del visto ci rimettiamo in marcia, destinazione Mashhad per una visita al fantasmagorico complesso del santuario costruito in onore dell’Imam Reza e poi dritti fino al confine. 

Dobbiamo riuscire entro sera a percorrere 900km, e sulla strada in mezzo al nulla non ci sono molte tappe intermedie per sperare di trovare qualche anima pia che vada proprio a Mashhad. 
    

Poi l’illuminazione. I camion!! 

   
  

 
Arriviamo alle porte della città che è ormai buio, l’ultimo TIR ci lascia proprio al casello e “ordina” alla famigliola composta da mamma-papà-bambina di caricarci e portarci in città. L’idea è campeggiare in qualche parco per evitare di cambiare ancora soldi – quelli che ci rimangono dovrebbero bastare giusto per qualche succo di frutta e qualche pasto caldo – ma la famiglia inorridisce alla sola idea e ci porta a casa come mascotte. 

  

Quando l’indomani arriviamo alle porte del santuario, causa momenti di attesa troppo lunghi per prendere in prestito un chador, ci viene appioppata una guida-cozza che ci impedisce di entrare (come da regolamento) in quello che è il vero fulcro di tutto il complesso, ovvero dove sono conservate le spoglie dell’Imam e dove migliaia di fedeli pregano e piangono e, a detta di amici che invece sono riusciti ad intrufolarsi, si respira un’aria altamente mistica. 

   
   

Al diavolo l’Imam e il regolamento, noi dobbiamo riuscire ad essere entro sera davanti alla frontiera!  Ripartiamo, solite coincidenze fortunate e ultima notte iraniana in tenda a un km dal confine turkmeno.

Ritmo pigro

 

La giornata è stata calda e stancante. 300 km, 5 auto diverse e 50 gradi sul coppino.

  

Come un miraggio ci appare Garmeh che altro non è che un piccolo paese di case di fango in un oasi di palme da dattero nel Kavir Desert. Non troviamo che silenzio e polvere al nostro arrivo – oltre a 3 cammelli coccoloni in un recinto – ma varcando una porticina entriamo nel fantastico mondo dell’Atasshooni, dove tappeti, acqua fresca e un ventilatore la fanno da padrone. 

     

  

Gia da qualche giorno avvertivamo un senso di pesantezza per gli amari racconti di vita e per la latente rassegnazione intrisa nella pelle di chi vive in questa terra. L’arrivo in questa parentesi di libertà ovattata, protetta da un orizzonte vuoto e carico di energia, risulta troppo attraente per scappare dopo una notte.   

Questa la nostra camera con vista e sveglia a 40° inclusa nel non-prezzo

Giorno dopo giorno ci siamo fatti ammaliare dalla bellezza del deserto e ora ne siamo completamente innamorati. 

    
   

Sherry (Iran), Mathieu (Francia), Anna (Germania) e Luca (Italia) al tramonto nel deserto di sale
   

 
Quattro giornate rigeneranti cadenziate dalla voce profonda di Maziar, dalla sua musica dal cuore della terra, dai cammelli e dal gruppo perfetto di ospiti nella sua casa.

 

Il padrone di casa, musicista e punto di riferimento del villaggio
  
 

Fuga al fresco 

Stanchi del caldo torrido cittadino decidiamo di provare a raggiungere il villaggio di Deh Bala partendo la mattina presto da Yazd per poter salire sulla cima del Shir Kuh (4074m). Non solo veniamo caricati in macchina prima ancora di aver iniziato a chiedere un passaggio, ma la fortuna vuole che il nostro driver debba proprio raggiungere quel villaggio in montagna e che lì abbia una casa con un giardino pieno zeppo di alberi da frutta che va a bagnare ogni venerdì. Senza possibilità di rifiutare, ci ritroviamo seduti a mangiare spiedini di pollo e riso per pranzo e con sottobraccio un sacchetto pieno di provviste per la nostra serata di free camping. 

  
Iniziamo a camminare verso le quattro del pomeriggio, la vegetazione è completamente diversa da quella che si può trovare sui nostri 4000. Terra arida, nessun albero, piccoli cespugli spinosi e fiori dall’aspetto quasi tropicale. Quando verso le 19 raggiungiamo la bocchetta dopo una salita massacrante, il profilo di una volpe fa capolino su una roccia. 

   

  

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Siamo meravigliosamente soli, fa freddo, la testa scoppia per l’altitudine e abbiamo i geloni alle dita ma sapete cosa??

A noi, ci piace. 

  

La città dei fantasmi 

 

Maronn’ u fantasma!!

Così ce la introduce con sarcasmo la nostra host Mary, 57 anni, divorziata e trasferitasi di recente da Teheran a Yazd, una delle città più conservatrici dell’Iran.

   

Il secanjamin, una bevanda rinfrescante a base di sciroppo di aceto di uva passa e semi di chia.
 

In effetti il fatto di essere in mezzo a due deserti non rende i pomeriggi molto adatti a passeggiate nel labirinto di fango e mattoni e le poche persone che si aggirano sono donne avvolte nel nero chador.. 

   

  

Bagh-e Dolat Abad

Ignari degli sguardi straniti dei fantasmi riusciamo a salire su un tetto per avere uno scorcio di quella giungla di badgir (torri del vento) che caratterizza lo skyline del centro storico. 

   

Le torri del vento, un esempio eccellente di bioarchitettura
   
 

Castelli di sabbia

Lasciamo la calda Kerman per dirigerci in macchina verso la zona desertica dei Kaluts. La strada si inerpica piano piano tra le montagne e quando usciamo dal tunnel la temperatura è fresca – o per lo meno non fa caldo come in città – e il verde non manca: ma non eravamo diretti verso il deserto dove si registrano le temperature più alte di tutto il mondo (68°)? 

  

La luce è quella del crepuscolo, man mano che proseguiamo l’aria diventa sempre più torrida e polverosa, il sole è tramontato ma la mano fuori dal finestrino sembra non avvertire alcuna brezza serale, anzi. Scendiamo dalla macchina e siamo increduli e straniti: è buio, notte, eppure quello che percepiamo è il calore del mezzogiorno delle nostre giornate d’estate. 

 

Facciamo a piedi qualche centinaio di metri per trovare una sella piatta su una di quelle strane forme di argilla e sabbia che si distinguono in lontananza grazie ad una luna la cui luce si fa strada in quell’aria densa. Ci fermiamo e sudiamo. 

Con il passare delle ore il vento aumenta e la sabbia penetra ovunque. Lottando contro un Eolo impazzito riusciamo a montare la tenda e metterci al riparo, mentre tra noi c’e qualcuno che giura di aver visto un genio (fantasma) girovagare e preferisce soccombere alla tempesta piuttosto che percorrere solitario il tratto fino all’auto dove troverebbe riparo.

 
Il risveglio è fiabesco, quello che si intravedeva al chiarore di luna, con la luce dell’alba è una meravigliosa sorpresa. 

     

Ore 9.00, meglio ritornare alla civiltà prima che la canicola ci sciolga. 

 

questo che sembra davvero un castello di sabbia è invece un ex caravanserraglio
  

Carramba

 

Se chiedete a qualsiasi iraniano qual è la città più bella dell’Iran vi dirà Shiraz.

In effetti ci sono edifici spettacolari, ma per come l’abbiamo vissuta noi – un po’ stanchi dal viaggio notturno in bus e un po’ troppo di fretta – la sorpresa più bella è stata rincontrare i nostri amici di Taiwan e condividere con loro il tetto dell’albergo dormendo all’aria aperta! 

Aramgah-e Shah-e Chreagh, il mausoleo di uno dei 17 fratelli dell’Imam Reza
Celebrazione del venerdì nella moschea accanto al mausoleo

Moschea Masyed-e Nasir-al-Molk

E poi ok, c’è Persepolis …

        

Isfahan-tastic

La città vista dall’alto del tempio zoorastriano

Isfahan non ci mette molto a conquistarci. l’atmosfera nella quale ci imbattiamo inaspettatamente la rende davvero unica: giovani studenti iraniani pronti a scappare verso qualche università straniera (usa, india, germania), backpackers e viaggiatori in arrivo dal Kyrgystan o diretti verso l’India – chi in viaggio da 6 mesi chi da 2 anni – si ritrovano nel movimentato quartiere armeno a sorseggiare succhi di carota o melone, o sotto gli archi del ponte a guardare il tramonto o distesi su un prato lungo il fiume per mangiare samosa o felafel. 

  

L’interno della Kelisa-ye Vank, la cattedrale armena

A ricordarci che siamo in Iran ci pensa il divieto di noleggio di biciclette per le donne e l’impossibilita di sederci ad uno stesso tavolo con i nostri amici iraniani in una sala da tè (uomini e donne non legati da parentela cosi vicini??!! Scherziamo?!) . 

   

La palestra di arrampicata, aperta alle donne dalle 17 alle 19 tre giorni a settimana

Ma l’incalzante ritmo dettato dai vari appuntamenti con la movida dei viaggiatori e dalla maratona dei monumenti cittadini nella giornata nazionale della cultura (ovvero free entry) ci fanno dimenticare le restrizioni dittatoriali, al punto che i due giorni previsti diventano quattro e che la ricordiamo come la città più bella dell’Iran. 

Il ponte Sio-se-pol
 
Naqsh-e Jehan square
 
La cupola della Masjed-e Sheikh Lotfollah
Masjed-e Sheikh Lotfollah
    

Di mano in mano 

Moschea Aqa Borzog

 
Autostrada. Abbiamo un cartello con scritto “Kashan” in persiano, il nome della città dove ci dovrebbe essere il festival dell’acqua di rosa. Veniamo caricati da due artisti, più precisamente un comico e il suo musicista dalla fronte ampia, quadrata e sporgente. L’autostrada e le stazioni di servizio sono affollate come il peggiore degli esodi estivi, e chi lo sapeva che fosse anche il compleanno di Maometto e che si fosse creato un ponte giovedì-venerdì-sabato? Nonostante ripetuti “no” Sirous ci compra una pizza, una “birra” ai frutti tropicali, dei biscotti e ci accompagna a destinazione deviando di non pochi km la loro strada. Ringraziamo sbalorditi per questo eccesso di generosità senza sapere che nelle seguenti ore saremmo stati in balia dell’ospitalità iraniana senza possibilità di scelta.

  

I giardini che visitiamo a Kashan (Fin Garden) che dovrebbero regalare momenti di quiete e meditazione sono letteralmente invasi da famiglie che come d’abitudine si accaparrano qualsiasi angolo d’ombra per fare un pic-nic. Davanti ad ogni qualsiasi cosa di lontanamente artistico si scattano delle fotografie e nei canali che percorrono il perimetro del giardino scorrono anche bottigliette di plastica. L’anarchia è totale, potremmo iniziare ad urlare anche noi ma decidiamo di prenderla con filosofia: piedi nella fontana, tiriamo fuori del cibo (gli avanzi della cena del fancy-restaurant di Teheran) e pranziamo. 

  
Sotto il sole cocente camminiamo verso il centro città che dista circa 8 km. Ne percorriamo forse 3 e troviamo un quadrato d’erba all’ombra di un albero e letteralmente ci sdraiamo (con lo zaino ancora attaccato alle spalle) per tirare il fiato.

Mosso forse da compassione un ragazzo ci porta due spiedini di pollo, del pane e dello yogurt da bere per poi invitarci sotto l’ombra del suo albero a bere un tè con sua moglie è un altra coppia di amici. Decidono che non possiamo continuare a piedi, che ci accompagneranno in centro e che visiteranno con noi una casa antica (pagando per noi il biglietto).

   

Le mura della città vecchia
    
 
Il vecchio hammam di Kashan
 
 
Il vecchio hammam nel bazar, ora diventato sala da tè

Piantiamo la tenda nel bel mezzo del centro città – praticamente in una grande aiuola adibita a parchetto – ma senza per questo risultare dei ribelli fricchettoni, anzi..in confronto all’organizzazione delle famiglie iraniane (tappeti per pregare, narghilè, bollitori per il tè e un’infinità di pietanze) risultiamo soltanto dei dilettanti.. Ne approfittiamo anche per fare un giro per la città di sera, gli zaini ce li tiene un signore nel bagagliaio della sua auto.

    

Pane appena sfornato, troppo umido per metterlo nel sacchetto..allora facciamolo seccare un po’! (nb: non siamo stati noi)
 
Il mattino seguente di nuovo autostop, ora sono 4 ragazzi ventenni a caricarci, direzione Abyaneh, un paesino di montagna con case tipiche che si rivela purtroppo un po’ una delusione.

Mandorle fresche e acerbe
  
Abyaneh, villaggio costruito con mattoni di fango
  
Mehrdad, Imam, Houssein e Hasan
   

Il nostro programma iniziale era di campeggiare ma assolutamente non possiamo dormire in tenda, farà freddo e i pisquani insistono: dobbiamo dormire a casa loro (dei loro genitori) vicino Isfahan. Ok, allora guidiamo e cantiamo e balliamo in macchina per 3 ore e arriviamo a destinazione. 
Ad Isfahan alla fine ci arriviamo il giorno dopo – scortati da due dei quattro – perché lasciarci prendere un bus sarebbe un vero colpo basso per gli standard di ospitalità, ma con una mossa astuta (gli rubiamo di mano la carta di credito) riusciamo finalmente ad offrire loro una cena. 

 

Teherannia 

   

Arriviamo con le prime luci dell’alba al terminal dei bus e ci ritroviamo ad aspettare insieme a pendolari e militari la prima metropolitana della giornata. Nonostante ci fossimo informati sulla divisione in base al sesso dei vagoni, sfruttiamo il fatto di essere turisti (per i quali vige una leggera anarchia) e saliamo insieme nel vagone uomini. Non che le mogli non possano salire con il proprio marito ovviamente, ma in questo caso, come avremo modo di notare più avanti, l’uomo funge da scudo umano camminando dietro la propria compagna e creando una barriera con le braccia rigide, cosa del tutto impossibile considerando il fatto che noi sulle spalle abbiamo gli zaini. 

  

Ad ogni modo, anche se questa è solo la punta dell’iceberg di problemi veri che esistono in questo paese, vogliamo prendere la cosa sul leggero e osservare un buffo effetto collaterale di queste regole in fatto di morigeratezza: l’obbligo per le donne di coprirsi i capelli, tenere coperto il corpo e non mostrarne troppo le forme ha creato un accanimento sull’unica parte scoperta, ovvero il viso. I nasi rifatti che sembrano rampe di lancio sono all’ordine del giorno, il trucco è pesante, le sopracciglia disegnate e ai nostri occhi sembra di vedere tante porno attrici vestite da suore. 

Benvenuti nella capitale delle contraddizioni! 

    

I murales che circondano l’ex ambasciata americana
  

      Le giornate scorrono tra un’ambasciata e l’altra, riusciamo finalmente ad ottenere il visto per il Turkmenistan e per la Cina, e nei momenti di attesa percorriamo un’infinità di chilometri a piedi. Teheran è bella, con un sacco di parchi e zone verdi, ma allo stesso tempo frenetica e con un inquinamento che ti si attacca alla gola. Potrebbe avere tutte le carte in regola per sembrare una qualsiasi metropoli moderna ma è impossibile passare una giornata senza pensare alle assurdità di questa dittatura religiosa.

      

 

Golestan Palace
 
Golestan Palace
 
 
Il nostro host Omid nel ristorante Hani Parseh, un self service incredibile. Abbiamo assaggiato per la prima volta il Kashkbademjan, un piatto a base di melanzane aglio e “Kashk”