Tana Toraja

Nonostante sia in una valle ancor oggi difficile da raggiungere, la cittadina di Rantepao accoglie ogni anno innumerevoli turisti. I magnifici terrazzamenti disordinati a circa 1000 mt di altitudine non sono soltanto una zona franca nel caldo torrido dell’Indonesia, ma la culla e lo scenario di una delle tradizioni più macabre e cruenti che ci sia mai capitato di conoscere.

I Tana Toraja abitano questa zona da secoli, sebbene non ci sia chiaro (e neanche le guide del posto sono riuscite a fugare i nostri dubbi) quando e da dove siano arrivati. Alcuni parlano di abitanti del continente asiatico sud-orientale, arrivati su delle barche – il che spiegherebbe la forma bizzarra dei tetti delle loro case – e mai più ripartiti, ma nulla è dato per certo. 

Seppur ufficialmente convertiti al cristianesimo a fine del 1700, nella cultura Toraja è la morte, o meglio i morti, ad avere un ruolo fondamentale: é solo grazie alla loro benevolenza infatti che la famiglia prospererà ed è per questo che a loro sono riservate una serie di attenzioni uniche, a partire dal funerale stesso.
Per potersene permettere uno adeguato, la famiglia è però costretta a risparmiare per anni: infatti per garantire l’ingresso in paradiso del proprio caro dovranno essere sacrificati un numero variabile di bufali – diciamo da quattro a venti – in base alla classe sociale della famiglia.
Si pensi che il costo di un bufalo normale si aggira intorno ai 2.000€, mentre il prezzo di uno bianco e nero può arrivare a 10.000€ è quello di uno completamente albino può schizzare fino a 100.000€, in una nazione in cui il salario medio nelle campagne potrebbe essere di 300/400€ mensili.

Ciò comporta che nel lasso di tempo compreso tra l’effettiva morte e il tanto agognato funerale possano passare svariati mesi se non anni, in cui la salma viene custodita (previa iniezione di formaldeide) in casa, arrotolata in un tappeto.

Una volta racimolati tutti i soldi necessari, si invitano parenti e amici che porteranno probabilmente maiali da aggiungere al banchetto (e anche turisti, ai quali è chiesto di portare delle sigarette) e per due o tre giorni, all’ombra delle case tradizionali, si passerà pigramente la giornata a mangiare, mentre le bestie vengono sgozzate una dopo l’altra col machete.

A vedere la quantità di volti occidentali presenti ad un funerale Tana Toraja si potrebbe pensare che anche qui l’autenticità delle tradizioni si sia trasformata in una farsa o una trappola acchiappa turisti, ma in quest’angolo di Indonesia le credenze sono così radicate che gli improvvisati e non fotoreporter non siano altro che una cornice irrilevante.

Non solo i funerali hanno come leitmotiv il sacrificio rituale. Abbiamo partecipato all’inaugurazione di una casa in cui almeno una cinquantina di maiali sono stati uccisi. (A parte questo, prima che arrivasse al culmine omicida la cerimonia è stata coinvolgente con musiche e danze tradizionali)

È talmente alto il numero di bufali e maiali uccisi in queste occasioni da permettere alla cittadina di non aver bisogno neanche di una macelleria: tutta la carne che circola arriva direttamente da questi e altri eventi sociali che prevedono altrettanti spargimenti di sangue. E per far fronte alla così alta richiesta di bufali d’acqua, si deve per forza ricorrere all’importazione da altre isole, specialmente da Giava.


Ma non è finita qui. Non con i defunti almeno. All’incirca ogni tre/cinque anni, le tombe – che consistono in loculi scavati nella pietra – vengono riaperte per dare un’aggiustatina alla mummia (cambiandole per esempio i vestiti) o nel caso di un antenato troppo vecchio, semplicemente una ripulita della bara.

Purtroppo non abbiamo potuto assistere a questa cerimonia molto più intima, quindi possiamo solo riferire quello che ci è stato raccontato dalla nostra guida

Questo tipo di società che già al livello più alto vede una divisione tra famiglie più ricche e più povere probabilmente non potrebbe esistere se non vigesse un sistema feudale che vede una massa di veri e propri servi della gleba che lavorano la terra dei padroni per avere quel tanto che basta per sopravvivere. In questo circolo vizioso quindi si risparmia e si dilapidano enormi ricchezze affinché i propri cari defunti permettano di ricreare ricchezze ancora maggiori.

Alcuni giovani, soprattutto quelle che per studio o lavoro non vivono più a Sulawesi ma su un’altra isola indonesiana o addirittura all’estero, vorrebbero liberarsi da questa catena, ma solo il tempo sarà in grado di dirci quanto a fondo vanno le radici Toraja.

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