











Il soggiorno inaspettato da Tomaso e Sevi di cinque giorni ad Istanbul ci ha ripulito (anche nel vero senso della parola) dal vagabondare continuo di un mese e ci ha fatto vivere la Istanbul-da-bere e il relax del piacere di stare in casa quando fuori piove prima di tornare a fare i viaggiatori a budget ristretto. Con loro siamo stati in un ristorante tipico innaffiando la cena con il raki, abbiamo fatto una spaghettata bevendo vino italiano e un salto al 360° a bere cocktail.














Non c’entra niente la nostalgia.
È il titolo di un film di Andreij Tarkovskij, visto a casa di Tomaso e Sevi, a Istanbul. Un film che in qualche modo riflette i nostri giorni in questa città. Uno di quei film lenti in cui puoi permetterti di osservare e digerire i dettagli, dove non c’è una vera e propria trama da seguire ma un filo che ti incolla allo schermo per la bellezza intrinseca dei luoghi e per la poesia delle piccole cose.
Mentre sbrighiamo pratiche contorte per ottenere i visti, i gatti fanno un gran baccano sui tetti. Mentre camminiamo senza meta le bandiere sventolano ovunque. Mentre fischiettiamo “fiori rosa fiori di pesco” i carretti per strada vendono cuori di carciofi…
È passato un mese esatto dalla nostra partenza. L’emblema del film 1+1=1 (“Una goccia più una goccia, fanno una goccia più grande e non due”) e il discorso finale che esorta a seguire i propri sogni paiono azzeccati per la nostra prima, piccola ricorrenza. Anche se queste sono le teorie di un “pazzo”:
“La strada del nostro cuore è coperta d’ombra; bisogna ascoltare le voci che sembrano inutili; bisogna che dai cervelli occupati dalle lunghe tubature delle fogne e dai muri delle scuole, dagli asfalti e dalle pratiche assistenziali, entri il ronzio degli insetti. Bisogna riempire gli orecchi e gli occhi di tutti noi, di cose che siano all’inizio di un grande sogno. Qualcuno deve gridare che costruiremo le piramidi! Non importa se poi non le costruiremo. Bisogna aumentare il desiderio. Dobbiamo tirare l’anima da tutte le parti come se fosse un lenzuolo dilatabile all’infinito.”

Scampato il rischio di non riuscire nemmeno ad arrivarci – non tanto per la solita logistica improvvisata (treno-bus-autostop-frontiera a piedi-navetta-piedi) quanto per gli allagamenti che fino a due giorni prima avevano reso impraticabile l’attraversamento del fiume – col buio e con l’ultima pita-giros greca nello stomaco arriviamo nella nostra prima tappa turca: Edirne.
La prima impressione è quella di trovarsi in un anonimo paese di frontiera un po’ sgarrupato e polveroso (pensiamo all’ennesima ricamata della Lonely) ma l’indomani, finalmente baciati dal sole, oltre ad una nuova lingua incomprensibile – nessuno spiccica più una parola di inglese – a darci il benvenuto è una tranquilla e ordinata cittadina, costellata di moschee monumentali, chador colorati e tintinnii di bicchierini di tè.



E così passiamo la giornata a gironzolare con Akan che ci racconta di tutto e di più su Edirne. Acquistiamo nel mentre una dolce dipendenza dal baklava, assaggiamo fegato fritto e scopriamo con stupore che i turchi non fumano come i greci!





Pensavamo che il greco fosse difficile, ma appena varcata la soglia turca abbiamo capito il perché nella nostra lingua “parlare turco” è sinonimo di “parlare incomprensibile”. Meno male che 👍 è universale e così un furgoncino che vendeva tamburi si è fermato. Abbiamo cercato inutilmente di capire cosa volesse dirci e del perché fosse titubante nel caricarci ma alla fine ci ha fatto cenno di salire. Solo dopo 300 metri e altrettanti sorrisi dallo specchietto retrovisore, quando ha alzato le braccia e unito le punte delle dita creando una sorta di triangolo sopra la testa abbiamo capito perché si era fermato: lui era arrivato a casa.
Piutost che nient l’è mei piutost!
Questa volta abbiamo sì fatto un passo indietro, ma non di secoli visitando monasteri o rovine antiche, solo di una dozzina d’anni. Ospitati dalla mitica Konstantina e accolti a braccia aperte da tutti i suoi amici, abbiamo passato due giorni – o meglio, due serate – in loro compagnia e sentendoci ancora un po’ ventenni. Abbiamo imparato che qui ancora si ascolta musica tradizionale (rebetiko) bevendo tsipuro, che una brocchetta di tsipuro costa solo due euro e che anche quando a farla da padrona in tavola è un piatto di carbonara lo tsipuro non manca comunque.
Siamo in una terra di mezzo, si iniziano a vedere – e sentire – i primi accenni della cultura musulmana. Certe donne hanno il capo coperto e all’ora della preghiera il canto del muezzin risuona per le vie della città. Possiamo dire ci sentiamo pronti per la Turchia.. E allora andiamo!!
Ce la faremo entro sera a passare il confine?



Se dovessimo definire con una sola parola Thessaloniki diremmo “simpatica”.
Si perché l’accozzaglia di rovine antiche e palazzine anni ’60 mai restaurate, grassi cani randagi che si aggirano per strade dissestate – e tutto questo sotto un cielo plumbeo e una pioggia incessante – fanno si che “bella” non sia proprio l’aggettivo che le si addice di più.
In compenso si respira un’aria frizzante e rilassata, i locali sono sempre pieni e le mille “tabepne” servono cibo squisito e a buon prezzo. Se a tutto questo aggiungiamo che siamo stati ospitati egregiamente da Zoe e dal suo cagnolino Robin, possiamo dire che i nostri giorni in questa città siano stati super.



Kalambaka-Trikala 25km
Neanche il tempo di arrivare sulla strada principale, primo accenno di pollice quasi svogliato e… una macchina si ferma in mezzo alla strada, no dico, in mezzo! Al volante un ragazzo orientale, a lato la madre e dietro moglie con bimbo in fasce: ci caricano!!! Bene. Dentro fa un caldo tropicale inverosimile e lo spazio vitale è davvero poco ma fuori piove quindi non ci lamentiamo. Lui spara battute agghiaccianti a raffica accompagnate da una risata da cartone animato che non può non essere che contagiosa, ma dietro quella faccia da bonaccione si nasconde un cazzutissimo maestro di kung-fu scappato dalla Cina per non pagare la multa salata che spetta a chi prolifera troppo, e lui di figli ne ha tre. La madre-nonna ogni tanto si gira per sorridere al nipote che invece ha occhi solo per noi e dal suo rotondo perfetto ci scruta con aria dubbiosa. La moglie ci fa qualche sorrisino, poi si addormenta a bocca aperta.
Trikala-Larissa 60km
Mezz’ora sotto la pioggia incessante. La sensazione è quella di essere invisibili. Proviamo con cartelli, con mani giunte, con sorrisi ma nulla. L’unico che si ferma è un vecchietto raggrinzito alla guida di un “pick-up” con solo due posti a sedere, ma ci fa capire che non va nella nostra direzione. Vabbè
Passano altri venti minuti, stiamo per demordere ma ecco il colpo di scena: ricompare Bill – così si chiama l’arzillo – e col suo sorriso mono-dente afferma che vuole portarci a Larissa, anche se ad un uomo lì per caso continua a dire che ci avrebbe portato da un’altra parte! Ci strizza l’occhio e suggerisce di reggergli il gioco.. Un po’ titubanti decidiamo di salire, lui non parla inglese ma parla un sacco. Ticchettando l’indice sulla tempia e dicendo “Bill trilos!!” capiamo di essere nelle mani di un pazzo. Molto bene. Ripartiamo e la direzione è quella giusta! In tre davanti come sardine e i nostri zaini caricati dietro. Il resto è pura delirante poesia!
https://m.youtube.com/watch?v=XAD8Omr9bpo
Arriviamo infine in stazione e, dopo averci messo in guardia su possibili poliziotti in borghese che ci starebbero spiando (teoria paranoico-complottistica che ci ha fatto capire perché avesse depistato il passante sulla nostra direzione) ci saluta come amici di vecchia data stampandoci quattro baci sulle guance!
“You, veryvery friend!”
Lui tornava a Trikala, felice di aver passato qualche ora con noi. Noi lo ringraziamo di cuore!

Qui la natura ha dato il meglio di sé: le rocce erose dal vento e dall’acqua si sono trasformate in buffi pinnacoli e sono proprio le cime frastagliate ad essere state scelte centinaia di anni fa come luogo di eremitismo dai monaci. Purtroppo le comode strade asfaltate e le bancarelle di oggetti religiosi hanno trasformate le Meteore in scontate attrazioni turistiche poco affascinanti. Fortunatamente la nostra voglia di esplorare e arrampicarci su tutto ci ha portato a trovare sentieri poco battuti e qualche angolo da cui si può godere ancora di quella ammirazione incredula per un luogo a dir poco fiabesco. Sembra quasi impossibile che la gente possa condurre una vita normale ai piedi di questi enormi monoliti senza passare la giornata in contemplazione!

