Castelli di sabbia

Lasciamo la calda Kerman per dirigerci in macchina verso la zona desertica dei Kaluts. La strada si inerpica piano piano tra le montagne e quando usciamo dal tunnel la temperatura è fresca – o per lo meno non fa caldo come in città – e il verde non manca: ma non eravamo diretti verso il deserto dove si registrano le temperature più alte di tutto il mondo (68°)? 

  

La luce è quella del crepuscolo, man mano che proseguiamo l’aria diventa sempre più torrida e polverosa, il sole è tramontato ma la mano fuori dal finestrino sembra non avvertire alcuna brezza serale, anzi. Scendiamo dalla macchina e siamo increduli e straniti: è buio, notte, eppure quello che percepiamo è il calore del mezzogiorno delle nostre giornate d’estate. 

 

Facciamo a piedi qualche centinaio di metri per trovare una sella piatta su una di quelle strane forme di argilla e sabbia che si distinguono in lontananza grazie ad una luna la cui luce si fa strada in quell’aria densa. Ci fermiamo e sudiamo. 

Con il passare delle ore il vento aumenta e la sabbia penetra ovunque. Lottando contro un Eolo impazzito riusciamo a montare la tenda e metterci al riparo, mentre tra noi c’e qualcuno che giura di aver visto un genio (fantasma) girovagare e preferisce soccombere alla tempesta piuttosto che percorrere solitario il tratto fino all’auto dove troverebbe riparo.

 
Il risveglio è fiabesco, quello che si intravedeva al chiarore di luna, con la luce dell’alba è una meravigliosa sorpresa. 

     

Ore 9.00, meglio ritornare alla civiltà prima che la canicola ci sciolga. 

 

questo che sembra davvero un castello di sabbia è invece un ex caravanserraglio
  

Carramba

 

Se chiedete a qualsiasi iraniano qual è la città più bella dell’Iran vi dirà Shiraz.

In effetti ci sono edifici spettacolari, ma per come l’abbiamo vissuta noi – un po’ stanchi dal viaggio notturno in bus e un po’ troppo di fretta – la sorpresa più bella è stata rincontrare i nostri amici di Taiwan e condividere con loro il tetto dell’albergo dormendo all’aria aperta! 

Aramgah-e Shah-e Chreagh, il mausoleo di uno dei 17 fratelli dell’Imam Reza
Celebrazione del venerdì nella moschea accanto al mausoleo

Moschea Masyed-e Nasir-al-Molk

E poi ok, c’è Persepolis …

        

Isfahan-tastic

La città vista dall’alto del tempio zoorastriano

Isfahan non ci mette molto a conquistarci. l’atmosfera nella quale ci imbattiamo inaspettatamente la rende davvero unica: giovani studenti iraniani pronti a scappare verso qualche università straniera (usa, india, germania), backpackers e viaggiatori in arrivo dal Kyrgystan o diretti verso l’India – chi in viaggio da 6 mesi chi da 2 anni – si ritrovano nel movimentato quartiere armeno a sorseggiare succhi di carota o melone, o sotto gli archi del ponte a guardare il tramonto o distesi su un prato lungo il fiume per mangiare samosa o felafel. 

  

L’interno della Kelisa-ye Vank, la cattedrale armena

A ricordarci che siamo in Iran ci pensa il divieto di noleggio di biciclette per le donne e l’impossibilita di sederci ad uno stesso tavolo con i nostri amici iraniani in una sala da tè (uomini e donne non legati da parentela cosi vicini??!! Scherziamo?!) . 

   

La palestra di arrampicata, aperta alle donne dalle 17 alle 19 tre giorni a settimana

Ma l’incalzante ritmo dettato dai vari appuntamenti con la movida dei viaggiatori e dalla maratona dei monumenti cittadini nella giornata nazionale della cultura (ovvero free entry) ci fanno dimenticare le restrizioni dittatoriali, al punto che i due giorni previsti diventano quattro e che la ricordiamo come la città più bella dell’Iran. 

Il ponte Sio-se-pol
 
Naqsh-e Jehan square
 
La cupola della Masjed-e Sheikh Lotfollah
Masjed-e Sheikh Lotfollah
    

Di mano in mano 

Moschea Aqa Borzog

 
Autostrada. Abbiamo un cartello con scritto “Kashan” in persiano, il nome della città dove ci dovrebbe essere il festival dell’acqua di rosa. Veniamo caricati da due artisti, più precisamente un comico e il suo musicista dalla fronte ampia, quadrata e sporgente. L’autostrada e le stazioni di servizio sono affollate come il peggiore degli esodi estivi, e chi lo sapeva che fosse anche il compleanno di Maometto e che si fosse creato un ponte giovedì-venerdì-sabato? Nonostante ripetuti “no” Sirous ci compra una pizza, una “birra” ai frutti tropicali, dei biscotti e ci accompagna a destinazione deviando di non pochi km la loro strada. Ringraziamo sbalorditi per questo eccesso di generosità senza sapere che nelle seguenti ore saremmo stati in balia dell’ospitalità iraniana senza possibilità di scelta.

  

I giardini che visitiamo a Kashan (Fin Garden) che dovrebbero regalare momenti di quiete e meditazione sono letteralmente invasi da famiglie che come d’abitudine si accaparrano qualsiasi angolo d’ombra per fare un pic-nic. Davanti ad ogni qualsiasi cosa di lontanamente artistico si scattano delle fotografie e nei canali che percorrono il perimetro del giardino scorrono anche bottigliette di plastica. L’anarchia è totale, potremmo iniziare ad urlare anche noi ma decidiamo di prenderla con filosofia: piedi nella fontana, tiriamo fuori del cibo (gli avanzi della cena del fancy-restaurant di Teheran) e pranziamo. 

  
Sotto il sole cocente camminiamo verso il centro città che dista circa 8 km. Ne percorriamo forse 3 e troviamo un quadrato d’erba all’ombra di un albero e letteralmente ci sdraiamo (con lo zaino ancora attaccato alle spalle) per tirare il fiato.

Mosso forse da compassione un ragazzo ci porta due spiedini di pollo, del pane e dello yogurt da bere per poi invitarci sotto l’ombra del suo albero a bere un tè con sua moglie è un altra coppia di amici. Decidono che non possiamo continuare a piedi, che ci accompagneranno in centro e che visiteranno con noi una casa antica (pagando per noi il biglietto).

   

Le mura della città vecchia
    
 
Il vecchio hammam di Kashan
 
 
Il vecchio hammam nel bazar, ora diventato sala da tè

Piantiamo la tenda nel bel mezzo del centro città – praticamente in una grande aiuola adibita a parchetto – ma senza per questo risultare dei ribelli fricchettoni, anzi..in confronto all’organizzazione delle famiglie iraniane (tappeti per pregare, narghilè, bollitori per il tè e un’infinità di pietanze) risultiamo soltanto dei dilettanti.. Ne approfittiamo anche per fare un giro per la città di sera, gli zaini ce li tiene un signore nel bagagliaio della sua auto.

    

Pane appena sfornato, troppo umido per metterlo nel sacchetto..allora facciamolo seccare un po’! (nb: non siamo stati noi)
 
Il mattino seguente di nuovo autostop, ora sono 4 ragazzi ventenni a caricarci, direzione Abyaneh, un paesino di montagna con case tipiche che si rivela purtroppo un po’ una delusione.

Mandorle fresche e acerbe
  
Abyaneh, villaggio costruito con mattoni di fango
  
Mehrdad, Imam, Houssein e Hasan
   

Il nostro programma iniziale era di campeggiare ma assolutamente non possiamo dormire in tenda, farà freddo e i pisquani insistono: dobbiamo dormire a casa loro (dei loro genitori) vicino Isfahan. Ok, allora guidiamo e cantiamo e balliamo in macchina per 3 ore e arriviamo a destinazione. 
Ad Isfahan alla fine ci arriviamo il giorno dopo – scortati da due dei quattro – perché lasciarci prendere un bus sarebbe un vero colpo basso per gli standard di ospitalità, ma con una mossa astuta (gli rubiamo di mano la carta di credito) riusciamo finalmente ad offrire loro una cena. 

 

Teherannia 

   

Arriviamo con le prime luci dell’alba al terminal dei bus e ci ritroviamo ad aspettare insieme a pendolari e militari la prima metropolitana della giornata. Nonostante ci fossimo informati sulla divisione in base al sesso dei vagoni, sfruttiamo il fatto di essere turisti (per i quali vige una leggera anarchia) e saliamo insieme nel vagone uomini. Non che le mogli non possano salire con il proprio marito ovviamente, ma in questo caso, come avremo modo di notare più avanti, l’uomo funge da scudo umano camminando dietro la propria compagna e creando una barriera con le braccia rigide, cosa del tutto impossibile considerando il fatto che noi sulle spalle abbiamo gli zaini. 

  

Ad ogni modo, anche se questa è solo la punta dell’iceberg di problemi veri che esistono in questo paese, vogliamo prendere la cosa sul leggero e osservare un buffo effetto collaterale di queste regole in fatto di morigeratezza: l’obbligo per le donne di coprirsi i capelli, tenere coperto il corpo e non mostrarne troppo le forme ha creato un accanimento sull’unica parte scoperta, ovvero il viso. I nasi rifatti che sembrano rampe di lancio sono all’ordine del giorno, il trucco è pesante, le sopracciglia disegnate e ai nostri occhi sembra di vedere tante porno attrici vestite da suore. 

Benvenuti nella capitale delle contraddizioni! 

    

I murales che circondano l’ex ambasciata americana
  

      Le giornate scorrono tra un’ambasciata e l’altra, riusciamo finalmente ad ottenere il visto per il Turkmenistan e per la Cina, e nei momenti di attesa percorriamo un’infinità di chilometri a piedi. Teheran è bella, con un sacco di parchi e zone verdi, ma allo stesso tempo frenetica e con un inquinamento che ti si attacca alla gola. Potrebbe avere tutte le carte in regola per sembrare una qualsiasi metropoli moderna ma è impossibile passare una giornata senza pensare alle assurdità di questa dittatura religiosa.

      

 

Golestan Palace
 
Golestan Palace
 
 
Il nostro host Omid nel ristorante Hani Parseh, un self service incredibile. Abbiamo assaggiato per la prima volta il Kashkbademjan, un piatto a base di melanzane aglio e “Kashk”
 

Primo appuntamento 

Dopo due mesi in Turchia , dopo aver quasi imparato a cavarsela con quella lingua che pareva così ostrogota ecco che ci ritroviamo di nuovo a ricominciare da zero. 

 

Il viaggio sul Trans Asya Expresi è più stancante di quello che avessimo pensato, ma nonostante i vari stop in dogana e annesse code per farsi mettere i timbri, arriviamo a Tabriz, in Iran. 
Non capiamo una sola parola, le scritte sono geroglifici, non abbiamo soldi locali (e per chi non lo sapesse non si può prelevare ne pagare con carta) ed è venerdì, che corrisponde alla nostra domenica ed ovviamente tutti i cambi sono chiusi. Rifiutiamo le avance dei tassisti, percorriamo i 3km che ci separano dal centro città e con stupore troviamo molta gente che capisce l’inglese e soprattutto che cambiare soldi sul mercato nero è facile e conveniente. Bene, troviamo una pensione maleodorante e lasciamo la zavorra in camera, e poco dopo essere usciti veniamo avvicinati da due ragazzi, Sam e Sajjad ed entriamo così nel vivo di quello che è l’ospitalità di questo paese. Senza esitazioni saliamo in macchina con loro, passiamo la serata insieme passeggiando e l’indomani ci portano a mangiare il dizi in una locanda sotterranea frequentata da lavoratori che mai avremmo trovato.  

 

 

DIZI: Carne di montone, ceci, patate e pomodori vengono cotti per ore in forno. Prima si consuma il brodo rovesciandolo in una ciotola con del pane spezzettato. Successivamente si riduce in poltiglia la carne e le verdure e la si mangia con pezzetti di pane.

La giornata scorre poi lenta all’interno dell’immenso bazar coperto (7kmq di superficie). Piccoli grandi uomini ormai ingobbiti dall’età e dal duro lavoro continuano a trainare carretti colmi di merci, altri vendono zampe di mucca scuoiate, spezie di ogni tipo e datteri succulenti, interi reparti vendono solo tessuti neri per i chador, e l’enorme reparto di tappeti funge da ritrovo per la pausa tè. 

      

Qual è il posto piu fresco e silenzioso per fare un riposino? La moschea del bazar!

Nero, nero o nero?
Non sappiamo il nome, ma lui è conosciuto e rispettato in tutto il bazar per il suo grande cuore e gentilezza.
 
 

Non lontano da lì, ma lontano da occhi indiscreti, uomini si rintanano in una sorta di localino piastrellato e claustrofobico per fumare ad un ritmo incessante il qalyan (narghilè). Il rumore prodotto dalle bolle nell’acqua non ha pause e sembra davvero di essere in una vasca idromassaggio.

  

Con le attenzioni che di solito ti riserva un innamorato veniamo viziati e riempiti di piccoli regalini per i due giorni a seguire e prima della nostra partenza passiamo anche a bere un tè a casa della famiglia di Sam. Ci scortano al terminal dei bus, contrattano per farci avere il prezzo migliore, e ci salutiamo sotto un diluvio universale e con un velo di tristezza per questo ennesimo “addio”.
    
   

PILLOLE Turchia  

 


Non soffiatevi il naso in pubblico.

Per salutarsi gli uomini si danno due testate. Il movimento è lo stesso dei due baci (destra e sinistra) ma il contatto avviene con la fronte.

Le scarpe si tolgono appena entrati in casa e ci si mette delle ciabatte. Per il bagno ci sono delle ciabatte ad hoc.

La carta igienica scompare man mano che si va verso est e così anche la tazza in ceramica. Prendono piede la turca e un rubinetto con una caraffina. Scompare lo sciacquone.            I bagni pubblici sono a pagamento.

Le parole inglesi o francesi sono diventate parte del loro vocabolario, ma le scrivono in turco (hotel boutique=otel butik, t-shirt=tišört, accessoires=aksesuar, coiffeur=Kuaför…)

Prima di uscire, dopo aver mangiato, o in altre occasioni vi verrà offerta della colonia da mettere in faccia. 

Al supermercato è quasi impossibile trovare confezioni di yogurt sotto il mezzo chilo. 

Ogni momento è buono per bere un tè.

Non esiste colazione (kavahılti) senza formaggio, pomodori cetrioli e olive. 

I due dolci nazionali sono il baklava (che dovrebbe avere origine nel sud est) e il lokum (che pare invece appartenga al nord ovest). 

Il ciğ köfte (polpetta cruda) oggi è un ottimo piatto vegetariano. In passato era carne cruda ma ora le polpette vengono fatte con bulgur e spezie. 

Il Lamachun ha origine arabe ed è arrivato in Turchia da sud est.

L’automobile più diffusa è una vecchia Renault 12.

Il benzinaio oltre a fare benzina si segna anche il numero di targa.

Al semaforo rosso chi è davanti può rilassarsi e distrarsi. chi sta dietro suonerà il clacson appena diventerà verde.

Le donne turche sono moooolto gelose.

Il viola è il colore della fertilità e gran parte delle donne curde porta il velo di questo colore. Sempre nel sud est è tradizione per le anziane portare un velo bianco.

Ad Atatürk piaceva bere, ad Erdoğan no.
 

 

Andiamo a Van Gölü!

  
Prendiamo di petto il fatto di non avere più una macchina a nostra disposizione e decidiamo di farci 18 ore di pullman per attraversare praticamente tutta la Turchia e arrivare a Van, vicino al confine iraniano.

  
Dopo un inaspettato controllo dei passaporti e qualche domanda da parte di due poliziotti in borghese al terminal di partenza di Ankara, saliamo sul nostro rocambolesco bus che pare fermarsi ad ogni richiesta dettata dalla vescica dei passeggeri. La notte scorre lenta, una ruota si buca, le caviglie si gonfiano, veniamo incolpati per la puzza di piedi – ma non siamo noi! È la signora dietro di noi con il mix fatale calze di nylon e ciabatte in gomma!! – e arriviamo stravolti con la sensazione di jet leg tipica di un volo intercontinentale. 
Non contenti raggiungiamo a piedi la stazione dei treni, compriamo il biglietto per il Trans Asya Ekspresi che ci porterà in Iran, ci facciamo qualche altro chilometro a piedi per raggiungere il centro città e aspettiamo che il nostro host finisca di lavorare e che ci apra le porte del paradiso, ovvero di casa sua.

Il lago di Van (Van Gölü) è enorme, bellissimo, circondato da montagne innevate con cime che arrivano a 4000 mt. Con una serie di autostop ad incastro perfetto riusciamo a fare 40 chilometri a budget zero e arriviamo a Gevaş giusto in tempo per prendere una barca che ci porta sull’isola di Akdamar.

Akdamar kilisesi, Van Gölü e il Çadır Dağı sullo sfondo
Dettaglio della chiesa, bassorilievo raffigurante Davide e Golia
La chiesa di Akdamar
Vista dal castello di Van
Il castello di Van

Conosciamo una coppia di biologi molto biondi, molto alti e indiscutibilmente nord europei, appassionati di rettili che girano il mondo per cercare serpenti, salamandre e rane. Mentre noi visitiamo la chiesa armena e ci godiamo la vista, loro sollevano sassi e guardano nei cespugli. 

 

È arrivato il momento di dire addio alla Turchia, ai baklava, ai Çığ köfte e di salire sul treno.  

Safranbolu 

In ricordo del goodbye party!

Safranbolu è davvero un gioiellino, una cittadina ottomana che conserva ancora antiche case e stradine e che in qualche modo ci ricorda tanto Santa Fè de Antioqua, in Colombia. 

 

Arriviamo senza rendercene conto il primo di maggio, le viuzze sono fiumi umani e i negozi di lokum sono presi d’assalto (anche da noi sia chiaro) quindi optiamo finalmente di concederci l’agognato hammam, che pare sia uno dei più belli della Turchia. 

Grazie ad Aybar, Farouk and Bhera (nostri host in couchsurfing) le due notti passate in tenda in quella sorta di campeggio zozzo a Sinop, sul mar nero, sono ora solo un brutto ricordo. Le grotte di Bulak dove ci hanno portato sono state assolutamente inaspettate, quello che ci siamo ritrovati davanti agli occhi è stato uno spettacolo sensazionale. E poi tante, tante risate. Non poteva andarci meglio!
  

Fondi di caffè..donne che ronzeranno attorno a Marco ..

   

Bulak cave. Incredibile
 

 

Sconfitta italiana..e come da tradizione, chi perde prende la tavla sottobraccio e la rimette al suo posto

 

 
   

  
 

Parentesi nera

  

Il bello del Mar Nero è essere in buona compagnia! Abbiamo deciso di andare a Taiwan probabilmente a marzo!

Già la nostra vena poetica e quello che è, metteteci in più un calo fisiologico dovuto ai 6000 km percorsi in macchina, e quello che (non) c’ha offerto il mar nero c’ha dato il colpo di grazia. Sappiate che scrivere questo articolo c’ha richiesto uno sforzo supplementare.

Abbiamo avuto per lo meno la fortuna di aver avvistato a pochi metri dalla riva una cinquantina di delfini che inseguivano probabilmente un banco di sardine e di essere stati ospitati in un super appartamento a Trabzon e assaporare insieme al nostro host (originario di Istanbul) una cena dal sapore italiano a base di filetto e vino rosso. 
 

Ok, questa parte di Trabzon è carina
 
 
Inizialmente una chiesa, poi moschea, poi museo,ora l’Aghia Sofia di Trabzon è tornata da un paio di anni ad essere una moschea, con conseguente copertura di tutti gli affreschi con un telo. Bravi!
 

Per il resto, la strada che costeggia il mare toglie qualsiasi possibilità a quest’ultimo di essere vissuto e apprezzato, la gente è rinomata in tutto il paese per essere chiusa, nazionalista e conservatrice – soprattutto i tifosi del Trabzonspor- e la quantità di immondizia che si trova nelle uniche aree verdi e nelle piccole spiaggie fa solo venir voglia di scappare.

In conclusione, se dovete organizzare un viaggio sulle coste dell’Anatolia le alternative sono due: Mediterraneo o Egeo!

  

Una spledida discarica sul mare!