Bagnasciuga alpino

 

Le previsioni meteo non sono delle migliori ma dopo qualche tentennamento decidiamo di partire. Forse saranno le ultime montagne selvagge e solitarie che vedremo (per un po’) e non vogliamo rinunciare a questo lusso. La spesa pre-trekking ormai ci riesce bene e veloce: tre pagnotte, pomodori, cetrioli, patate e cipolle, marmellata, due sneakers e due “helva” , quattro confezioni di noodels istantanei – come la sete che ti fanno venire – e due bottiglie di acqua. 

La “debole pioggia” delle previsioni meteo non era che un subdolo eufemismo e appena iniziamo a camminare ci ritroviamo sotto una valanga d’acqua, con i peli delle braccia rizzati dai fulmini e con rivoli di acqua che ci scorrono sulla fronte, sul naso, ci dissetano mentre annaspiamo e le scarpe diventano ferri da stiro. Ma non siamo soli. Insieme ad altri malcapitati riusciamo a raggiungere Kurgak-tor dove c’è una capanna di legno (non immaginatevi un rifugio svizzero) e gocciolanti e infreddoliti ci strizziamo e denudiamo per metterci i vestiti asciutti. Non abbiamo foto perché un iPhone allagato in una tasca ha smesso di collaborare e ci siamo ben guardati dal tirare fuori la macchina fotografica….

In lontananza il gruppo di siberiani che ci ha regalato anche una bombola di gas, fondamentale nei giorni a seguire!!

Un timido sole fa capolino al mattino seguente e fino a mezzogiorno ogni ramo o sasso del campo viene preso per uno stendino. Raggiungiamo il lago Ala-Kul dopo due ore di fatica vera – con pausa tè a metà strada offerto da un gruppo di siberiani altrettanto affaccendati nelle pratiche di asciugatura – e il panorama è davvero mozzafiato. 

       

Dopo una fredda notte il risveglio è coperto di brina ma il cielo finalmente è terso e dal passo Ala-Kul (3860 mt) ridiscendiamo fino alla Arashan Valley tra ampi pascoli coperti di stelle alpine e genziane.  

  

La nostra solita camera con vista..abitudinari ..
 
  
La vista dal passo Ala-Kul
 
Partitina a backgammon…
    

       

Quale migliore happy ending se non sguazzare poi nella della rana dalla bocca larga – che non è una barzelletta ma è una delle vasche costruite a bordo fiume da un baffuto signore russo nelle quali affluisce acqua termale calda – ?

  

Fritto misto 

La signora in bikini si fa un selfie, il cammello cammina lento e il bambino incastrato fra le gobbe pensa di essere ad un rodeo, il paracadute atterra più o meno nello spazio delimitato, i quattro che vengono trainati sulla banana gonfiabile urlano, i due bambini con le aquile legate posano il rapace sulle spalle dei bagnanti in cambio di qualche soldo, il carretto passava e quell’uomo gridava “gelati!”, i jet-ski fanno lo slalom tra i bagnanti e gli scivoli sparano bambini in acqua, la musica techno del cerenguito fa muovere le mollezze di tre signore che giocano a pallavolo e l’odore di benzina del deltaplano a motore penetra nelle narici come quello del pesce essicato-affumicato.  

               

Siamo a Cholpon-Ata!!

Con le ali

Altri 270km di autostop singhiozzante e siamo a Kyzart, piccolo villaggio sull’unica strada ufficiale che collega l’est con l’ovest e il sud del paese senza passare dalla capitale – una strada di circa 150km per lo più sterrati -. Contrattiamo per avere dei cavalli per i giorni seguenti e poter raggiungere il Song Kul, un lago alpino a 3000 mt che incarna l’essenza del Kirghizistan e ci gustiamo quella che probabilmente ricorderemo come la miglior cena khirkhisa: “manti” fatti in casa (ravioli con ripieno di carne) e “osh” fatto con amore (riso saltato con carote e qualche pezzo di carne), pane e marmellata di albicocche fatti in casa. Durante la notte un topo sgranocchierà il nostro pane, ma questa è un’altra storia. 

   

 

 

Dopo cinque ore di trottellamento su delle selle dure come quelle di un cosacco finalmente eccolo: a perdita d’occhio si riversano in questo specchio blu lisce e morbide valli coperte da un lenzuolo verde e le ombre veloci delle nuvole lo plasmano cambiandone i profili.

    

     

Ci svegliamo sotto il ticchettio leggero della pioggia ma i nostri cavalli non sono più stanchi e hanno voglia di galoppare. Ci lasciamo trasportare completamente inebriati dalla sensazione di libertà che non troppo segretamente proviamo urlando “chuuu” : liberi tra cavalli liberi ci sentiamo tutt’uno forti, agili e in armonia. 

     
 

Ossigeno 

  

L’altopiano del Pamir (Tagikistan) è stata un’esperienza incredibile, indelebile. Forse il posto più isolato ed estremo in cui siamo stati per più tempo. 

Tornare ad un paesaggio rilassante e pullulante di vita ha scatenato nella jeep risolini quasi isterici di felicità. Vedere colline verdi costellate di cavalli liberi ha creato una sensazione difficile da spiegare. 

  

A Sary Mogol (Kirghizistan) abbiamo trovato una guest house con giardino dove poter mettere la tenda e quando sul tavolo sono riapparsi pomodori e cetrioli e una succulenta anguria affettata ci siamo avventati come cani sull’osso.

La catena del Trans-Alay e il maestoso Lenin Peak (7134mt) che fanno da cornice a questa valle ci hanno attirato l’indomani mattina e la passeggiata sopra il campo base ha avuto come ricompensa, oltre ad un panorama superlativo, un invito in yurta per festeggiare la fine del Ramadan e un bagno rinfrescante (per non dire raggelante, ma ormai ci abbiamo preso gusto con i laghi alpini) prima di tornare alla civile e regolata vita della città. 

  
            

 

Pianeta Terra

 
 

Siamo piccoli. Spettatori increduli dell’aspra bellezza di questo tetto del mondo. L’altitudine mozzafiato non fa dormire e ogni passo costa fatica. Il sole non lascia scampo, la pelle del Pamir è spessa e bruciata. Il ragliare disperatamente sgraziato degli asini risuona di continuo. L’acqua onnipresente scorre in ruscelli bucolici, in tumultuosi torrenti, in fiumi in piena, si ferma in laghi dai colori sorprendenti, ribolle nella terra ma scarseggia nelle case. Polverosa, torbida e ferrosa, a volte salata, pare che nessuno abbia l’esigenza di berla, viene usata per fare il tè e messa in secchi per lavarsi. Le verdure sono un lusso, la frutta un sogno esotico, la carne centellinata e usata quasi come guarnizione del piatto. Difficile pensare alla vita invernale in questo ossimoro di deserti e ghiacciai.

 

Lungo il confine con l’Afghanistan
  
Il villaggio di Langar, dove i fiumi Pamir e il Wakhan si uniscono per formare il Pyanj
  

   

Scorcio del villaggio di Bulunkul, 43 abitanti e il piu freddo di tutto il Tagikistan
   
Giornata del bucato
  

    

La vista dall’alto del Ak-Baital Pass (4655 mt)
   

 

Alpinisti all’arrembaggio 

 
– Foto in alta risoluzione della mappa in scala approssimativa della Lonely Planet

– Utilissima bussola per calcolare azimut sulla mappa (foto) di cui sopra

– 4ml di crema solare protezione 20

– Scarpe da avvicinamento tecnico su roccia pressoché inutili per affrontare pareti di neve

– Backgammon portatile

– Ultime indicazioni in tajiko ricevute da guardia forestale armata ed imbevuta di vodka sulla fattibilità del passo Kaznok.

  

Fortunamente qui (Monti Fan – Tagikistan) non serve guardare le previsioni – non che a noi fosse venuto in mente di guardarle – e con il nostro equipaggiamento fantozziano partiamo dal campo Vertical Alaudin alla volta dell’Iskander Kol via Mutnye Lake.

 

Alaudin Lake
  
      
Risalendo la valle verso Mutnye Lake
     
Pausa con i nostri nuovi compagni di avventura
  
Mutnye Lake
    
Serata in compagnia
    
Buondì!

Tre giorni di fatica e qualche imprevisto: scalata su neve con guantino in pile primo prezzo Decathlon, guadi a piedi nudi in torrenti ghiacciati, la discesa più tosta che ci sia mai capitato di affrontare (1000m di dislivello in 1000m di sviluppo senza traccia) e la ricerca di un ponte – che non esiste più – per poter tornare dal lato giusto del fiume e quindi alla civiltà. 

Passo Kaznok (4040m)

  

Passo Kaznok conquistato !
  
Tra Energia (5120m) e Chimtarga (5489m)
  
“Dalla montagna vengon giù anche i sassi…”
  
ABS
      
   
  
Bagno privato
    
Finalmente il nuovo ponte
   La nostra meta a 2195, il lago Iskander Kul, descritta dalla lonely come un paradiso tropicale e dove avremmo voluto passare l’ultima notte, risulta essere un lago di un colore smeraldo fangoso – probabilmente non è la stagione giusta – . 

Iskander-Kul

Stremati dopo gli ultimi e interminabili 5 km di strada polverosa che costeggia il lago senza più una goccia di acqua da bere troviamo conforto in una bottiglia di Rc cola allo stato granitoso che ci salva dalla disidratazione e in una famiglia di Dushanbe che ci riporta a valle: oltre al passaggio ci offrono anche un appartamentino per il nostro soggiorno nella capitale. Olè!

Al pascolo 

 

Due pezzi di pane, un po’ di frutta secca e dell’acqua, queste le nostre scorte di cibo per la serata e l’indomani. 

Raggiungiamo il villaggio di Kara Bulak e ci incamminiamo verso Suu bashi, dove secondo la lonely planet ci sarebbe una sorgente termale. Fortunatamente riusciamo a saltar su un furgoncino evitando così di arrivare con il buio. Un bel temporale impone un record nel montaggio della tenda ma alla fine ci siamo.

   
   

La mattina seguente andiamo alla ricerca dell’acqua e ci imbattiamo in una famigliola di pastori che subito ci accoglie a braccia aperte e ci invita per un tè. Con quelle quattro parole di russo/kirkiso che abbiamo imparato e il dizionario illustrato regalatoci dal nostro amico Gil riusciamo comunque a comunicare. 


In questa valle incantata la vita è semplice, che non vuol dire facile. Si vive, si mangia, si dorme tutti insieme sotto la stessa tenda di pochi metri quadrati, non ci sono nè letti nè divani, non c’è elettricità, non c’è il bagno, l’acqua la si prende dal torrente e ci si alimenta con pane, riso e latte (e almeno 5 derivati che vengono conservati senza frigorifero). Ma la naturalezza con cui si sta alle regole della natura è stregante e decidiamo di vivere con loro e come loro per questi cinque giorni. 
      

La mattina portiamo al pascolo le mucche, la sera le mungiamo condividendo il latte con i vitelli e poco dopo il tramonto  tutti a “letto”.   

       

Il tempo qui ha un altro sapore, la luna è più luminosa che mai, la pioggia quotidiana rende i prati sempre verdi e i cavalli galoppano liberi. Centinaia di animali sembra vogliano dire la loro e il sottofondo di belati, muggiti, ragli, nitriti è continuo.  

      
Salutare Baijighit e Nasiba ha il sapore di un addio, diverso da tutti gli altri arrivederci che abbiamo dato in questo viaggio. Non ci sarà whatsapp o facebook per rimanere in contatto, solo un indirizzo giù in paese e un numero di telefono. 

  

Vagablogging


Considerata la fuga precoce dall’Uzbekistan, l’anticipo sulla tabella di marcia e soprattutto che al campeggio di Osh (in Kirghizistan) abbiamo avuto modo di rincontrare vecchi amici e farne di nuovi, abbiamo deciso di rimanere in questa città senza troppe pretese per un paio di giorni più del previsto. 

 

Finalmente ci siamo organizzati …

   
Ultimamente le discussioni con la gente del posto non vanno più in là di un “italiansky” o di un “ruskye? Niet!” ed incontrare viaggiatori come noi con cui confrontarsi, condividere sensazioni, pareri e consigli ci fa quasi sentire a casa. Si perché non siamo gli unici pazzi che hanno mollato tutto e si sono dati al viaggio, siamo in tanti e ognuno porta con se la propria storia (e il proprio blog).

KAYOUKATRIP.WORDPRESS.COM La famiglia di francesi che ci ha raccattato in Uzbekistan e portato in Kirghizistan
AROUNDTHEWORLDIN800DAYS.COM (Emma e Andy) e MYBEASTGOESEAST.WORDPRESS.COM (Annette e Stefan)
RIDEFORASMILE.BLOGSPOT.IT Mirco viaggia in moto e porta aiuto negli orfanotrofi.

 

PILLOLE Uzbekistan 

 
Se volete provare l’ebbrezza di avere una valigetta piena di mazzette questo è il paese giusto. La banconota più utilizzata vale 0,23€. (La più alta vale 1,15€ ma è poco diffusa)

Quando direte che siete italiani, nessuno dirà “spaghetti o pizza” ma intonerà le note di Totò Cutugno “lasciatemi cantare”

Se al ristorante ordinate una bibita o un succo di frutta vi portano la bottiglia da 1,5 Lt 

I limoni sono arancioni

Il pane è come una ciambella senza buco 

 

Sono arrivate le biciclette 

I bagni al di fuori delle città sono buchi nella terra maleodoranti e pieni di mosche. Scordatevi l’acqua 
  
Le campagne sono ancora coltivate a braccia. 
Le macchine danno la precedenza ai pedoni (Impensabile dopo l’Iran!)

I serramenti che vanno per la maggiore hanno i vetri scuri/specchiati blu. Anche negozi e ristoranti optano per questi, così non si capisce mai se un posto è aperto o chiuso.

  
Le donne per ripararsi dal sole usano l’ombrello.

Le tombe del periodo sovietico non hanno nessun simbolo religioso.

Uno dei più grandi divertimenti/attrazioni delle città sono le fontane con getti d’acqua che vanno a ritmo di musica e con luci colorate
 

Alti e bassi

Alcune parti dei fili di seta prima della tintura vengono isolati per fare in modo che non si colorino
Partiamo di mattina presto – solita colazione bomba con due uova fritte – perché vogliamo raggiungere Fergana entro sera. Mai avremmo pensato di arrivarci veramente di sera. E tardi.  

 

Il nervosismo e la stanchezza ormai sono a fior di pelle, litighiamo e alziamo la voce con due tassisti, con il cameriere, con il consierge dell’albergo assolutamente fuori budget – nel quale però stremati a mezzanotte decidiamo di prendere una camera – e crolliamo in un sonno profondo.

 

Il giorno dopo come per magia la solfa cambia. Abbiamo finito i soldi, e dobbiamo riuscire nell’impresa titanica del prelevamento di dollari. Un signore ci dà un passaggio (a gratis!) senza chiederglielo, la banca sputa i verdoni senza battere ciglio, il bus si ferma davanti ai nostri piedi e ci lascia davanti all’albergo, il tassista che ingaggiamo per andare alla fabbrica di seta è simpatico e la famiglia francese che incrociamo in mezzo alle donnine che lavorano a mano ci chiede se vogliamo andare al confine con il loro furgone Mercedes camperato. Boccata d’ossigeno.

  

Bozzoli di seta di seconda qualità. Verranno impiegati per fare i tappeti
          

Attraversiamo la valle di Fergana, famosa per la seta e le splendide maioliche. Distese di campi verdi di cotone e gialli di grano appena mietuto dove donne e uomini lavorano – di trattori non se ne vedono molti – mentre i bambini giocano e si bagnano nei canali di irrigazione. Intorno mucche, capre, cavalli e cammelli pascolano pacificamente.  
    

Dopo l’ennesimo posto di blocco e controllo di passaporti troviamo una bettola a qualche centinaio di metri dal confine Kirghiso e mangiamo un’anatra a dir poco squisita. Dormiamo sulle panche del ristorante, ma l’indomani mattina un altro intoppo. È misteriosamente sparito un nostro portafoglio (con solo patente e bancomat) e altrettanto misteriosamente è riapparso nelle mani di un signore che chiede la “gentilezza” di una ricompensa. 

Alcuni vicini di casa capiscono che c’è tensione e ci portano delle mele, delle sedie in plastica e un tavolino quando vedono che stiamo improvvisando una colazione sotto un albero, ma nonostante questo la voglia di farsi mettere un timbro ed entrare in un altro stato è forte, come il colpo che i favolosi piatti enormi di ceramica uzbeki – presi per i 60 anni di mamma Tony e zia Nene e prossimi ad una spedizione DHL – hanno preso.