Samarcanda

Shah-i-Zinda, un viale di mausolei

Siamo nella città che chiunque almeno una volta nella vita ha sentito nominare, anche se poi magari non saprebbe collocarla su una cartina vuota. La città che fu il fulcro del commercio tra oriente e occidente, dal sapore esotico e lontano. 
Peccato che per noi inizino ad essere giorni duri, stancanti. Il caldo torrido non molla neanche al calare del sole – ormai è quasi un mese che siamo di media sopra i 40 – e le cupole, i minareti, le maioliche e i ghiri-gori non riescono più a stupirci come all’inizio.   

Registan

Moschea di Bibi-Khanym
  

Vagabondiamo per la città, macchina fotografica al collo e cartina alla mano, guardiamo mattoni e mausolei ma sogniamo alberi e montagne. 

A risollevarci il morale impolverato l’incontro casuale al ristorante con Marloes e Finbar- la coppia di olandesigià conosciuti in Turkmenistan e che speriamo di rivedere in Cina tra un mesetto – con cui passiamo poi la mattinata al bazar senza troppe ambizioni turistiche.
              

Poi ci guardiamo negli occhi e senza bisogno di molte parole la decisione è presa. 

Ce ne andiamo. 
Il nostro visto per il Tajikistan inizia purtroppo tra 10 giorni, quindi ci dirigeremo verso il Kirghizistan (per il quale non abbiamo bisogno di nessun tipo di visto), dobbiamo temporeggiare. 

Imbukhati 

 

Musica. Tamburi. Trombe. Per le vie del centro di Bukhara questo ritmo è ammaliante come il canto delle sirene, e noi lo seguiamo. 

Tre bambini vestiti in velluto sui trampoli, persone che sorreggono dei cuscini ricamati, gente vestita a festa e noi corrucciati che cerchiamo di capire a cosa stiamo assistendo. 

“Wedding party!” Dice la signora vestita in azzurro, ma la figlia la corregge: “Engagement party!”

   


In men che non si dica veniamo invitati ad entrare nel cortile interno dell’hotel e a sederci ad uno dei tavoli imbanditi mentre un centinaio di occhi e altrettanti denti d’oro seguono attentamente ogni nostra mossa. 

 

Al nostro tavolo il ghiaccio viene subito rotto dal signore pelato che riempie le ciotoline di vodka e dalla signora che non sapendo l’inglese continua a dirci “I love you”. 

Spasiba babüska, anche noi ti amiamo già, allora via con i festeggiamenti in onore degli sposi!! 

“Ma dove sono? … Ah, lo sposo non c’è.  E la sposa è di sopra ma non scende”…. “Questa è una festa per parenti e amici, è una delle tante che si terranno fino alla data effettiva delle nozze!” 

  

Il tavolo di uomini alla nostra destra rimane indifferente alla musica (ancora per poco) mentre tutte le donne tra una portata e l’altra ballano in mezzo al cortile. Per non essere da meno facciamo come loro, Anna in pista e Marco “nasdarovia” a più non posso. 

Tutto il resto è pura delirante poesia.

   

Le donne mentre ballano danno delle banconote alla ballerina, appena gli uomini si alzeranno daranno banconote a tutte le donne (totale guadagnato 7000 som, piu o meno 1,50€)
  

La ballerina della festa
 

   

Ah, ecco alcune foto della città!

Minareto Kalon (1127d.c) e sullo sfondo la cupola azzurra della Medressa di Mir-i-Arab
Medressa di Nadir Divambegi (1622d.c)
Mausoleo di Ismail Samani (905d.c.)

Un tuffo al cuore (e nel mare)

Contrattazioni su contrattazioni, una guerra all’ultimo dollaro, ma alla fine ci siamo. Questa la squadra in partenza per l’Aral sea, o almeno per quello che ne resta: i due baschi incontrati a Khiva -Ivan e Ales-, Vladimir in tenuta mimetica e un crocifisso d’oro al collo, la sua Uaz e noi.  
   Munyak è il punto di partenza: un villaggio di pescatori in mezzo al deserto. 
Il cartello di benvenuto con il disegno di un pesce, le ringhiere in ferro con le sagome delle ancore, l’atmosfera rilassata e i colori delle case farebbero presagire di essere in una città portuale ma (laddove) dove la vista dovrebbe essere ripagata e rinfrescata dal blu del mare si perde a vista d’occhio una distesa polverosa di arbusti secchi e vecchie navi arrugginite. 
 Impotenza e incredulità. Il vano tentativo dell’uomo di sopraffare la Natura ha la faccia di un disastro ecologico di enorme portata. 

Iniziamo a percorrere gli ormai 180 km di sterrato che separano il villaggio dal mare senza la minima idea di quello che ci aspetta. (Abbiamo smesso da un po’ di guardare immagini su google per non rovinarci la sorpresa)
Nel primo tratto in mezzo al nulla e nel bel mezzo di una tempesta di sabbia si distinguono in lontananza trivelle e le fiammate di sfogo delle centrali di estrazione del gas. Man mano che avanziamo l’orizzonte si fa ampio, migliaia di conchiglie sul suolo e davanti a noi un’immensa falesia – un tempo scogliera – sopra la quale si estende l’altopiano dello Urtyurt Plateau che arriva fino al Caspio. 

Vladimir impone una pausa degna di questo nome: cetrioli pomodori e vodka! (Kuçuk kuçuk !!)

 Dopo altri 80km – e qualche imprevisto – finalmente lo vediamo; azzurro, sopravvissuto e indomito.  

       

 Il vento batte forte e i granelli di sabbia sono spilli ma la tentazione è troppo forte. Via i vestiti e lasciamo che l’acqua salatissima ci tenga a galla come tappi di sughero.    Siamo solo noi, km e km di nulla nessuno. Mangiamo sardine in scatola e beviamo vodka, sopra di noi un mare di stelle. 

        

PILLOLE Turkmenistan

Vietato fare a botte 

Vietato fumare 

Vietato avere la macchina sporca 

Impossibile fare autostop senza pagare 

La maggior parte delle donne veste ancora in modo tradizionale (ma gli abiti lunghi e colorati sono portati con scarpe col tacco e probabilmente cuciti su misura in quanto mettono in risalto il punto vita)

Gli uomini per salutarsi si danno la mano, ma uno dei due (generalmente il più giovane) unisce anche l’altra mano alla stretta

Ci sono tanti denti d’oro 

Il pane in cottura viene bucherellato con un aggeggio tondo che lascia delle sorte di ricami 

È apparso il tè verde 

Si mangia sempre sul tappeto, ma c’è un tavolino basso 

È ritornata in auge la tazza in ceramica corredata di carta igienica 

Turkmenistan 

Diciamo che non ci aspettavamo un gap così forte. Dopo un mese di proibizionismo ora ci sembra tutto assurdo, o probabilmente lo è.

 
Dopo il primo fresco impatto con donne colorate e dai colli scoperti sul passo della dogana scendiamo verso un surreale e torrido ricco e bianco modellino di città in scala reale. 

      

 
Tutto è ordinato, splendente, marmo e verde, desolato e opulento, esaltazione del capo e dei capi in puro stile sovietico dittatoriale.

             

 Intorno è il deserto, ancora più torrido, abitato da cammelli e capre, inaspettate mucche vicino a qualche pozza d’acqua, villaggi coperti di sabbia e qualche yurta. La strada è dissestata e il nostro Toyota van tra tanti, corre a più non posso ora sulla destra ora sulla sinistra quasi a sfidare chi viene incontro. 

A metà della strada e del tempo a nostra disposizione, tra una dogana d’entrata e una d’uscita, c’è una voragine di fiamme. La contrattazione con il pilota di Uaz parte dal presupposto che a quell’ora non ci sono altri clienti e spuntiamo un buon prezzo… Poi sono ore in mezzo al deserto e vicino al cratere, soli, con una visita di poliziotti che ci intima a non fare foto. Sisi va bene… All’avvicinarsi del tramonto quella calamita rossa col deserto intorno diventa il centro del turismo turkmeno, ci sono almeno 30 tra americani olandesi cinesi etc pronti ad accamparsi.

Cratere di Darvaza

    

Grazie al nostro host di Ashgabat, abbiamo un turkmeno ed un uzbeko ad aspettarci a Dashogus come accompagnatori. Visitiamo i resti di Konye Urgench passando come dipendenti di una ditta italoturkmena e non paghiamo e la cosa rende il tutto più divertente. Due spaghi, un pisolo, un giro in città, un bel piatto uzbeko e finalmente birra! 

 

Il minareto di Gutlug Timur del 1320
Mausoleo di Il-Arslan

  

Pringles, tè freddo e un pacco di son aspettiamo che i turkmeni finiscano pausa pranzo!

PILLOLE Iran

   
I bagni non sono più a pagamento, la carta igienica non c’è, ma il rubinetto+caraffa turco si è trasformato in un comodo tubo (tipo canna dell’acqua)

Ovunque c’è acqua potabile e fontanelle sparse per la città non vi faranno soffrire la sete. 

La centrifuga di carote è diffusissima (con volendo una pallina di gelato in fondo al bicchiere) 
Il pic-nic è una cosa seria. Non lo si fa solo di domenica (venerdì) ma sempre. E non si cerca un prato incontaminato, anche in un parcheggio, a bordo strada o in un aiuola va benissimo
Nelle case sono spariti tavoli e sedie perché si mangia per terra sui tappeti

In tante case si dorme sui tappeti

Punto forte dello stereotipo di bellezza femminile sono le sopracciglia: grosse folte e rettangolari. Se mamma non te le ha fatte così, le disegni

La zolletta di zucchero non si mette nel tè ma si mette in bocca, e poi si beve il tè

Oltre allo zucchero, sono diffusi bastoncini di legno con attaccati cristalli di zucchero allo zafferano  

 Se il tè è troppo caldo ne si rovescia un po’ nel piattino e lo si beve direttamente da lì

L’Iran ha ereditato dalla Russia il “samovar”, un geniale bollitore che tiene sempre  caldo il tè 

Il sapore di fiori nei dolci piace 

Isfahan è la città dei tirchi 

Al mare (quish island) ci sono spiagge riservate agli uomini e spiagge riservate alle donne. Le navi e gli aerei devono osservare rotte particolari quando passano vicino a questa isola (qualcuno potrebbe vedere qualcosa)

Una volta compiuti i 6 mesi i bambini maschi non possono più fare il bagno al mare con la propria madre nella zona riservata alle donne

Per il Nowruz (capodanno persiano) si prepara un tavolo con 7 oggetti che iniziano per “S”

Il mullah non riesce mai a prendere un taxi perché nessun tassista si ferma e quando guida è meglio che si tiri via il turbante per non farsi riconoscere 

  
Non sappiamo perché, ma se una parola inglese che inizia con la S è seguita da una consonante, allora la parola inizia con la E (e-sleep, e-street, e-stop, e-square, e-speak..) Davvero!!!! 

Truck trick 

  

Tutti i sogni finiscono. A malavoglia ma costretti dallo scadere imminente del visto ci rimettiamo in marcia, destinazione Mashhad per una visita al fantasmagorico complesso del santuario costruito in onore dell’Imam Reza e poi dritti fino al confine. 

Dobbiamo riuscire entro sera a percorrere 900km, e sulla strada in mezzo al nulla non ci sono molte tappe intermedie per sperare di trovare qualche anima pia che vada proprio a Mashhad. 
    

Poi l’illuminazione. I camion!! 

   
  

 
Arriviamo alle porte della città che è ormai buio, l’ultimo TIR ci lascia proprio al casello e “ordina” alla famigliola composta da mamma-papà-bambina di caricarci e portarci in città. L’idea è campeggiare in qualche parco per evitare di cambiare ancora soldi – quelli che ci rimangono dovrebbero bastare giusto per qualche succo di frutta e qualche pasto caldo – ma la famiglia inorridisce alla sola idea e ci porta a casa come mascotte. 

  

Quando l’indomani arriviamo alle porte del santuario, causa momenti di attesa troppo lunghi per prendere in prestito un chador, ci viene appioppata una guida-cozza che ci impedisce di entrare (come da regolamento) in quello che è il vero fulcro di tutto il complesso, ovvero dove sono conservate le spoglie dell’Imam e dove migliaia di fedeli pregano e piangono e, a detta di amici che invece sono riusciti ad intrufolarsi, si respira un’aria altamente mistica. 

   
   

Al diavolo l’Imam e il regolamento, noi dobbiamo riuscire ad essere entro sera davanti alla frontiera!  Ripartiamo, solite coincidenze fortunate e ultima notte iraniana in tenda a un km dal confine turkmeno.

Ritmo pigro

 

La giornata è stata calda e stancante. 300 km, 5 auto diverse e 50 gradi sul coppino.

  

Come un miraggio ci appare Garmeh che altro non è che un piccolo paese di case di fango in un oasi di palme da dattero nel Kavir Desert. Non troviamo che silenzio e polvere al nostro arrivo – oltre a 3 cammelli coccoloni in un recinto – ma varcando una porticina entriamo nel fantastico mondo dell’Atasshooni, dove tappeti, acqua fresca e un ventilatore la fanno da padrone. 

     

  

Gia da qualche giorno avvertivamo un senso di pesantezza per gli amari racconti di vita e per la latente rassegnazione intrisa nella pelle di chi vive in questa terra. L’arrivo in questa parentesi di libertà ovattata, protetta da un orizzonte vuoto e carico di energia, risulta troppo attraente per scappare dopo una notte.   

Questa la nostra camera con vista e sveglia a 40° inclusa nel non-prezzo

Giorno dopo giorno ci siamo fatti ammaliare dalla bellezza del deserto e ora ne siamo completamente innamorati. 

    
   

Sherry (Iran), Mathieu (Francia), Anna (Germania) e Luca (Italia) al tramonto nel deserto di sale
   

 
Quattro giornate rigeneranti cadenziate dalla voce profonda di Maziar, dalla sua musica dal cuore della terra, dai cammelli e dal gruppo perfetto di ospiti nella sua casa.

 

Il padrone di casa, musicista e punto di riferimento del villaggio
  
 

Fuga al fresco 

Stanchi del caldo torrido cittadino decidiamo di provare a raggiungere il villaggio di Deh Bala partendo la mattina presto da Yazd per poter salire sulla cima del Shir Kuh (4074m). Non solo veniamo caricati in macchina prima ancora di aver iniziato a chiedere un passaggio, ma la fortuna vuole che il nostro driver debba proprio raggiungere quel villaggio in montagna e che lì abbia una casa con un giardino pieno zeppo di alberi da frutta che va a bagnare ogni venerdì. Senza possibilità di rifiutare, ci ritroviamo seduti a mangiare spiedini di pollo e riso per pranzo e con sottobraccio un sacchetto pieno di provviste per la nostra serata di free camping. 

  
Iniziamo a camminare verso le quattro del pomeriggio, la vegetazione è completamente diversa da quella che si può trovare sui nostri 4000. Terra arida, nessun albero, piccoli cespugli spinosi e fiori dall’aspetto quasi tropicale. Quando verso le 19 raggiungiamo la bocchetta dopo una salita massacrante, il profilo di una volpe fa capolino su una roccia. 

   

  

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Siamo meravigliosamente soli, fa freddo, la testa scoppia per l’altitudine e abbiamo i geloni alle dita ma sapete cosa??

A noi, ci piace. 

  

La città dei fantasmi 

 

Maronn’ u fantasma!!

Così ce la introduce con sarcasmo la nostra host Mary, 57 anni, divorziata e trasferitasi di recente da Teheran a Yazd, una delle città più conservatrici dell’Iran.

   

Il secanjamin, una bevanda rinfrescante a base di sciroppo di aceto di uva passa e semi di chia.
 

In effetti il fatto di essere in mezzo a due deserti non rende i pomeriggi molto adatti a passeggiate nel labirinto di fango e mattoni e le poche persone che si aggirano sono donne avvolte nel nero chador.. 

   

  

Bagh-e Dolat Abad

Ignari degli sguardi straniti dei fantasmi riusciamo a salire su un tetto per avere uno scorcio di quella giungla di badgir (torri del vento) che caratterizza lo skyline del centro storico. 

   

Le torri del vento, un esempio eccellente di bioarchitettura