




Se c’è una cosa che abbiamo imparato a fare oggi – chi più chi meno… – è ballare sulle note delle canzoni popolari curde. Niente di troppo difficile sia chiaro, ci si tiene per i mignoli e in cerchio si gira guidati dal ritmo incalzante del percussionista cantastorie. Si perché le storie curde si tramandano oralmente, gli “anziani” cantano e ballano e i giovani assorbono le loro radici tramite la danza.
Tutto questo non accade per strada ma nella Dengbê Evi (un centro culturale nel centro di Diyarbakır) dove tra un tè e l’altro gli arzilli si danno da fare affinché il ritmo non cessi mai. La generosità e la voglia di coinvolgerci sono tante, ci viene regalato addirittura un libro sulla città ma alle 5 la vorticante euforia rallenta, i musicisti ripongono i loro strumenti e restiamo nel cortile a rilassarci prima di andare sulle mura che circondano la città vecchia per gustarci il tramonto e prima di ripartire verso nord, e verso il freddo.




Arriviamo la sera in questa cittadina arroccata su una collina e ad aspettarci c’è Betul, una maestra di inglese originaria di Istambul che da poco si è trasferita in questa regione. Condividiamo la casa con altri due couchsurfer di Taiwan, che diventeranno poi i nostri compagni di viaggio per qualche giorno.


La nostra interminabile giornata inizia con un giro nel bazar, dove asini variopinti trasportano merci e dove compriamo mandorle acerbe da sgranocchiare. Due teen-agers siriani ci fanno da scorta e con il linguaggio del corpo scopriamo che una sorta di fabbro produce bende con oppio per curare i dolori. Entriamo in una piccola moschea e il nostro nuovo amico ci canta una lettura del Corano che parla di Maria. Teoricamente ci converte all’islam facendoci ripetere qualcosa, ma ormai siamo troppo lontani da pregiudizi per rifiutare. Sarebbe come dire no ad un bambino che vuole mostrarti fiero il suo album di figurine Panini.
Conosciamo un altro ragazzo siriano, Fady, di origine armena, che da qualche tempo lavora come custode in una chiesa cattolica caldea in centro (qui a Mardin si trovano anche chiese di rito apostolico armeno e ortodosso siriaco). Al pari di come campanili e minareti svettano sullo stesso cielo, anche la nostra serata è un perfetto mix di culture, lingue e religioni.
La prima reazione è quella di non sentirsi a proprio agio, anche se non vuoi diventi sospettoso ma quando capisci che gli sguardi sono solo di curiosità, allora tutto prende un’altra piega. Il curdistan turco ovviamente fa parte della Turchia, è vero, ma conserva un’identità ben profonda e orgogliosa. La nostra prima vera tappa alla scoperta di questa regione è Urfa. Sbalorditiva. Molto mediorientale, caotica, non si sente quasi più parlare turco ma arabo e curdo (non che per noi cambi qualcosa alla fine). I ragazzi siriani che conosciamo per strada insistono per portarci in giro e altri ragazzini si fermano intorno a noi perché vogliono sapere da dove veniamo. Siamo a pochi chilometri dal confine con la Siria, di turisti in giro non se ne vedono molti e quando nel bazar ci perdiamo di continuo, chiunque è disposto a fare una viuzza con noi per portarci dove, secondo lui, è poi facile trovare la via di uscita. Il panettiere ci regala un lahmacun – non c’è verso di pagarlo – e i ragazzi che fanno catena di montaggio ci chiedono amicizia su Facebook. Il vecchietto di un negozio di tessuti, mentre parla al cellulare, vuole essere fotografato e vorrebbe offrirci un tè, le donne invece paiono troppo indaffarate per fare domande.

Basta fertili pianure e pistacchi, ci dirigiamo verso il monte Nemrut Dağı. Iniziamo ad inerpicarci su una strada tortuosa e il paesaggio si fa lunare. Arriviamo con poco tempismo subito dopo il tramonto (poco male, le teste della terrazza ovest sono ancora coperte dalla neve) e prima di montare la tenda condividiamo un pezzo di grana e scambiamo un massaggio alla schiena malandata di uno dei due custodi per un paio di tè e del tabacco.


Ci svegliamo all’alba e facciamo in fretta e furia i gradini che portano alla cima per vedere i primi raggi del sole baciare le teste che proteggono il tumulo funerario di re Antioco I Epifane. Non c’è che dire, l’atmosfera, la posizione e la vista sono magiche, peccato per la gabbia e le recinzioni messe a protezione delle teste -pure più piccole di quanto ci aspettassimo- senza un minimo di gusto. Mannaggia li turchi! 😉
Diretti verso Urfa optiamo per quella che pensiamo essere la via più breve, ma ci troviamo a dover attraversare l’Atatürk Barraj Gölü..
La strada che dalla Cappadocia ci porta verso sud-est sembra darci un anticipazione di quello che troveremo in Asia Centrale, o almeno così noi ce le immaginiamo: spazi ampi, catene montuose innevate che fanno sfondo, pascoli e poche macchine per strada. Arriviamo verso sera a Gaziantep, adagiata tra la valle dell’Eufrate e la Cilicia, considerata la capitale gastronomica della Turchia: qui sono nati i nostri amati baklava e secondo voci di corridoio è proprio da qui che ogni mattina ne parte un vassoio per la Casa Bianca.




È ormai buio, carichiamo in auto un ennesimo Mustafa che guarda caso deve raggiungere Patara, come noi. E così veniamo a sapere che i 18 km di spiaggia sui quali pensiamo di dormire qualche notte sono protetti per la salvaguardia delle tartarughe e che dietro la spiaggia ci sono paludi, oltre che rovine antiche. Quello che non sappiamo è che in questo paesino c’è un ritmo caraibico e che si è talmente in pochi che nel giro di 24 ore si diventa parte della famiglia. E che famiglia! Mehmet (Memetto) Apo (lo “zio”) e Kadir (Ciccio pasticcio). Avremmo dovuto fermarci un giorno ma siamo rimasti al Camel Camping una settimana con la formula “all inclusive”, manovalanza in cambio di vitto e alloggio – ma non pensate a duro lavoro in cambio di un pezzo di pane – e dopo giorni di doccia fredda con bottiglie in mezzo ai cespugli, finalmente acqua bollente nell’hammam dello “zio”.








Finalmente obbligati a viaggiare col finestrino abbassato e parcheggiare all’ombra, dopo aver visitato il villaggio fantasma di Kayaköy e impanato i piedi per un’oretta nella spiaggia di Ölüdeniz, iniziamo a camminare lungo il sentiero della Via Lycia – considerato uno dei trekking più belli al mondo – con la sensazione di una ventata di fortuna in poppa.













