Ani

Colazione
Di chilometri ne abbiamo macinati e abbiamo passato pure una notte in macchina a -7°, ma tutto sommato ne è valsa la pena. 
Lasciandosi alle spalle Kars – che un po’ per la neve e un po’ per il suo passato non cela il suo aspetto sovietico – ci dirigiamo nell’estremo est per gli ultimi 45 km che ci separano dal confine armeno. Il cielo è limpido, l’aria bella fresca e a farci da stella polare l’imponente cima innevata del monte Ararat che a tratti pare un fotomontaggio. 
 
La strada che conduce ad Ani finisce ad Ani, nessuno la percorre eccezion fatta per qualche pastore o contadino
 
Ed ecco che dal nulla e nel nulla si erge uno dei siti più belli che ci sia capitato di vedere fino ad ora. Le mura di cinta di quest’antica fortezza sono ben visibili da lontano e proprio per il fatto che intorno non ci sia nulla se non un canyon che divide due stati nemici ne esalta ancora di più il suo antico valore di porto sicuro lungo la desolata via della seta.
 
Il confine armeno
  

  

          

  

Non è un paese per vecchi 

Se c’è una cosa che abbiamo imparato a fare oggi – chi più chi meno… – è ballare sulle note delle canzoni popolari curde. Niente di troppo difficile sia chiaro, ci si tiene per i mignoli e in cerchio si gira guidati dal ritmo incalzante del percussionista cantastorie. Si perché le storie curde si tramandano oralmente, gli “anziani” cantano e ballano e i giovani assorbono le loro radici tramite la danza. 

 

Tutto questo non accade per strada ma nella Dengbê Evi (un centro culturale nel centro di Diyarbakır) dove tra un tè e l’altro gli arzilli si danno da fare affinché il ritmo non cessi mai. La generosità e la voglia di coinvolgerci sono tante, ci viene regalato addirittura un libro sulla città ma alle 5 la vorticante euforia rallenta, i musicisti ripongono i loro strumenti e restiamo nel cortile a rilassarci prima di andare sulle mura che circondano la città vecchia per gustarci il tramonto e prima di ripartire verso nord, e verso il freddo.  

Le mura della città

  

Pesce fritto del Tigri

Domino
 
Betul!! La nostra host e compagna di viaggio per un week end
 

   

Il mare di Mardin 

Arriviamo la sera in questa cittadina arroccata su una collina e ad aspettarci c’è Betul, una maestra di inglese originaria di Istambul che da poco si è trasferita in questa regione. Condividiamo la casa con altri due couchsurfer di Taiwan, che diventeranno poi i nostri compagni di viaggio per qualche giorno.

  

Çay (nel thermos) con vista
   
Quando in primavera le campagne si riempiono di fiori blu, ecco allora che sembra veramente “il mare di Mardin”

La nostra interminabile giornata inizia con un giro nel bazar, dove asini variopinti trasportano merci e dove compriamo mandorle acerbe da sgranocchiare. Due teen-agers siriani ci fanno da scorta e con il linguaggio del corpo scopriamo che una sorta di fabbro produce bende con oppio per curare i dolori. Entriamo in una piccola moschea e il nostro nuovo amico ci canta una lettura del Corano che parla di Maria. Teoricamente ci converte all’islam facendoci ripetere qualcosa, ma ormai siamo troppo lontani da pregiudizi per rifiutare. Sarebbe come dire no ad un bambino che vuole mostrarti fiero il suo album di figurine Panini.    

    

 

Conosciamo un altro ragazzo siriano, Fady, di origine armena, che da qualche tempo lavora come custode in una chiesa cattolica caldea in centro (qui a Mardin si trovano anche chiese di rito apostolico armeno e ortodosso siriaco). Al pari di come campanili e minareti svettano sullo stesso cielo, anche la nostra serata è un perfetto mix di culture, lingue e religioni. 

   
 

Cuore curdo

Arriva un momento in cui ti rendi conto che le cose sono cambiate, che nell’aria c’è qualcosa di diverso. Uomini donne e bambini ti squadrano come se fossi un extraterrestre ed essere vestiti come due escursionisti tedeschi di certo non aiuta. 

La prima reazione è quella di non sentirsi a proprio agio, anche se non vuoi diventi sospettoso ma quando capisci che gli sguardi sono solo di curiosità, allora tutto prende un’altra piega. Il curdistan turco ovviamente  fa parte della Turchia, è vero, ma conserva un’identità ben profonda e orgogliosa. La nostra prima vera tappa alla scoperta di questa regione è Urfa. Sbalorditiva. Molto mediorientale, caotica, non si sente quasi più parlare turco ma arabo e curdo (non che per noi cambi qualcosa alla fine). I ragazzi siriani che conosciamo per strada insistono per portarci in giro e altri ragazzini si fermano intorno a noi perché vogliono sapere da dove veniamo. Siamo a pochi chilometri dal confine con la Siria, di turisti in giro non se ne vedono molti e quando nel bazar ci perdiamo di continuo, chiunque è disposto a fare una viuzza con noi per portarci dove, secondo lui, è poi facile trovare la via di uscita. Il panettiere ci regala un lahmacun – non c’è verso di pagarlo – e i ragazzi che fanno catena di montaggio ci chiedono amicizia su Facebook. Il vecchietto di un negozio di tessuti, mentre parla al cellulare, vuole essere fotografato e vorrebbe offrirci un tè, le donne invece paiono troppo indaffarate per fare domande. 

Una delle due vasche del quartiere di Gölbaşı: vogliono ricordare la leggenda secondo cui Dio trasformó il fuoco su cui Abramo era stato condannato ad ardere in acqua. L’intero quartiere sorge intorno alla grotta importante meta di pellegrinaggio dove si dice essere nato il profeta.

      

      

  

  

 

 

 


Nemrut Dağı in-and-out

Basta fertili pianure e pistacchi, ci dirigiamo verso il monte Nemrut Dağı. Iniziamo ad inerpicarci su una strada tortuosa e il paesaggio si fa lunare. Arriviamo con poco tempismo subito dopo il tramonto (poco male, le teste della terrazza ovest sono ancora coperte dalla neve) e prima di montare la tenda condividiamo un pezzo di grana e scambiamo un massaggio alla schiena malandata di uno dei due custodi per un paio di tè e del tabacco.  

Bariş e Sadık, i due guardiani

Il Nemrut Dağı
    
Ci svegliamo all’alba e facciamo in fretta e furia i gradini che portano alla cima per vedere i primi raggi del sole baciare le teste che proteggono il tumulo funerario di re Antioco I Epifane. Non c’è che dire, l’atmosfera, la posizione e la vista sono magiche, peccato per la gabbia e le recinzioni messe a protezione delle teste -pure più piccole di quanto ci aspettassimo- senza un minimo di gusto. Mannaggia li turchi! 😉

Le statue della terrazza Est
  
  

Diretti verso Urfa optiamo per quella che pensiamo essere la via più breve, ma ci troviamo a dover attraversare l’Atatürk Barraj Gölü..

 

Il ponte non è ancora finito…
 
   

Benvenuti al Sud (est)

   

La strada che dalla Cappadocia ci porta verso sud-est sembra darci un anticipazione di quello che troveremo in Asia Centrale, o almeno così noi ce le immaginiamo: spazi ampi, catene montuose innevate che fanno sfondo, pascoli e poche macchine per strada. Arriviamo verso sera a Gaziantep, adagiata tra la valle dell’Eufrate e la Cilicia, considerata la capitale gastronomica della Turchia: qui sono nati i nostri amati baklava e secondo voci di corridoio è proprio da qui che ogni mattina ne parte un vassoio per la Casa Bianca.

   

Acquisti pazzi da Imam Çağdaş, la mecca dei buongustai. Pasticceria e ristorante sono davvero una tappa imperdibile.
 

Fıstıklı baklava (baklava al pistacchio)
Alberi di pistacchio che circondano Gaziantep
Alberi di noci

Il castello di Rumkale, roccaforte sulle rive dell’Eufrate

 

Cappadocia

È mattina presto, ancora notte a dirla tutta. Non c’è scampo a questa levataccia ma 
lo scenario che ci si sta per aprire davanti agli occhi (e sotto ai piedi) è indescrivibile. Quello che dal basso sembrava il villaggio dei puffi dall’alto pare un enorme campo da biglie e con la luce rosea dell’alba tutto assume un aspetto ancora più incredibile. 
La città ancora dorme e il rumore intermittente delle fiammate che ci sollevano da terra è l’unica cosa che spezza il silenzio (oltre al chiacchiericcio dei 17 taiwanesi con cui condividiamo l’enorme cesto di vimini).
   

       


Nel pomeriggio passiamo dall’alto dei cieli agli inferi claustrofobici delle città sotterranee, altra bizzarria di questa morbida terra troglodita che ha concesso secoli fa ai bizantini di nascondersi a lungo nelle sue viscere per difendersi da arabi e persiani scavando fino a 100 metri di profondità una rete intestina di stanze, cunicoli, cucine e addirittura cantine per il vino. 

  

Il nostro sponsor ufficiale mamma Tony
 

Patara

 

Vento!!!!!

È ormai buio, carichiamo in auto un ennesimo Mustafa che guarda caso deve raggiungere Patara, come noi. E così veniamo a sapere che i 18 km di spiaggia sui quali pensiamo di dormire qualche notte sono protetti per la salvaguardia delle tartarughe e che dietro la spiaggia ci sono paludi, oltre che rovine antiche. Quello che non sappiamo è che in questo paesino c’è un ritmo caraibico e che si è talmente in pochi che nel giro di 24 ore si diventa parte della famiglia. E che famiglia! Mehmet (Memetto) Apo (lo “zio”) e Kadir (Ciccio pasticcio). Avremmo dovuto fermarci un giorno ma siamo rimasti al Camel Camping una settimana con la formula “all inclusive”, manovalanza in cambio di vitto e alloggio – ma non pensate a duro lavoro in cambio di un pezzo di pane – e dopo giorni di doccia fredda con bottiglie in mezzo ai cespugli, finalmente acqua bollente nell’hammam dello “zio”. 
 

La spiaggia di Patara
 

Le dune
La piscina naturale tra gli scogli al riparo dal vento
Cicciopasticcio,lo zio, noi due e Memetto dopo cena
Tonno appena pescato e gli immancabili pomodori
Tonno fresco e gli immancabili pomodori
Una parte del Lycia Trail, questa volta percorso rumorosamente con una jeep per la gioia degli hikers

 

La fine di una serie di reciproci regali con le sorelle del Buse Cafe: gli abbiamo prestato un paio di pantaloni e ci hanno regalato un sapone naturale, le abbiamo invitate x delle crepes e lasciato farina e zucchero e ci hanno offerto la miglior colazione che potessimo desiderare

 

Kiss me Lycia

Finalmente obbligati a viaggiare col finestrino abbassato e parcheggiare all’ombra, dopo aver visitato il villaggio fantasma di Kayaköy e impanato i piedi per un’oretta nella spiaggia di Ölüdeniz, iniziamo a camminare lungo il sentiero della Via Lycia – considerato uno dei trekking più belli al mondo – con la sensazione di una ventata di fortuna in poppa.  
       

La baia di Ölüdeniz e la Laguna Blu

 

Butterfly valley
Partiamo da Kabak nel tardo pomeriggio e per quanto il sentiero passi su pendii abbastanza scoscesi, improvvisamente la pineta e le rocce intorno a noi lasciano spazio ad un fazzoletto d’erba con vista mozzafiato sul sul sole ormai adagiato sul mare..impossibile resistere alla tentazione di piantare due picchetti. 
   
Camera con vista tra Kabak e Alinca
Niente galli o moschee intorno, questa volta a farci da sveglia di buon ora il belare di capre. Yogurt e miele autoctono per colazione e poi su e giù fino a sera. 
Pinete, campi, api, villaggi di poche decine di abitanti, qualche camminatore per lo più tedesco, tante pecore, pastori, fiori, profumi e sulla destra un rinvigorente turchese di questo mediterraneo turco.
Ancora un giardino appoggiato su una scogliera a picco sul mare tutto per noi, luna piena e il rumore delle onde.
Wow
 
Colazione nel paesino di Gey
  

Tra Gey e Bel
   
  
Colazione a Gavuragılı
  

  
Ali Büyüklüoğlu nel suo Candan’s garden a Gavuragılı. Maestro e arbitro di tennis originario di Artvin quest’anno farà il giudice di linea per la prima volta a Wimbledon. Se passate da queste parti non potetrete non fermarvi nel suo B&B che riesce a distinguersi per ospitalità e quiete in questo angolo di paradiso.
  


Fine della camminata
 

Dream in Pamukkale

 

Se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, dopo il dialogo surreale avuto con il pastore appena svegli avremmo dovuto capire che sarebbe stata una giornata incredibile. 
  

 

Immaginate di camminare a piedi nudi su un castello di cotone e incontrare in una pozza con una rana un ragazzo di Taiwan capace di cambiare i vostri piani. Pensate poi di non leggere i cartelli e finire sempre a piedi nudi su piccoli cavolfiori di travertino protetti dall’UNESCO mentre una guardia tarantolata sbraita e agita le braccia. Supponete poi di ritrovarvi a fare un pic-nic con una tartaruga su un tappeto di lumache. Dopodiché immergetevi in acqua frizzante alla piacevole temperatura di 36° e guardate con gli occhialini bollicine e colonne antiche. Terminate con un arcobaleno che vi accompagna all’uscita e provate a dirci che questa non è stata una giornata da sogno. 
 
 
La rana
  
I cavolfiori

Il pic-nic
 
La tartaruga

Il castello di cotone (miniatura)

L’arcobaleno
   
E per finire, Mike!